Il
sole, abbagliante semicerchio di fuoco, stava lentamente scivolando nell’acqua,
e tingeva ogni cosa con riflessi ambrati.
L’oceano,
colpito dalla luce cangiante del tramonto, era dorato fin nei suoi più profondi
abissi dove, in trasparenza, si scorgevano delle rovine.
Erano
resti di edifici maestosi dalle bianche pietre, su cui erano cresciute delle
alghe verdissime da cui sbocciavano grandi fiori vermigli.
L’intero
equipaggio si era riversato sul ponte, e gli occhi di ognuno erano spalancati
dallo stupore per ciò che vedevano: mai, neppure nelle leggende avevano udito
parlare di simili meraviglie.
Lord
Tynemouth guardava con aria rapita quella che appariva come una città
incantata, e il suo cuore accelerò i battiti, per assecondare un’emozione che
faceva quasi rabbrividire.
Comprendevano
che, pur assomigliando ai templi sacri della loro nazione, quelle rovine non
dovevano essere state innalzate da mano umana.
Essi
stavano attraversando un luogo in cui solo le divinità avevano lasciato
traccia.
Lentamente
il sole si celò completamente ai loro occhi, e il mondo intorno si fece scuro.
Lo
spettacolo sottomarino scomparve, poiché il mare stava assumendo un diverso
colore, un inquietante incontro di blu, verde e nero.
Così
come prima ogni cosa brillava, così ora tutto si riempiva di ombre: nel cielo
iniziarono a muoversi enormi nuvole minacciose, quasi messaggere di uno spirito
malvagio carico di ostilità verso i navigatori.
Vi
era qualcosa di sovrannaturale nell’atmosfera: una tempesta doveva scatenarsi,
ma informi creature nere, poco più che ombre, strisciavano sull’acqua e salivano
fino alla nave, passando di fronte agli uomini ed emettendo un lamento angosciante.
Le
onde parevano ora animate di forza propria, e la nave sembrava essere
trasportata dalla mano di un gigante che nuotava sotto le acque.
I
marinai erano come impietriti: molte cose avevano conosciuto nei loro viaggi,
ma non si erano mai battuti contro le forze della natura che prendevano vita.
Essi
si guardavano l’uno con l’altro incapaci anche di parlare, mentre il vento
sferzava i loro volti.
Tynemouth
prese di persona il timone della fregata, ma ben presto si rese conto che non
poteva far nulla per mutare la rotta o rallentare a velocità della nave: allora
si aggrappò alla balaustra e strinse con forza la piccola croce, per ritrovare
il coraggio e la fede.
Ad
un tratto le loro orecchie furono colpite da un rumore scrosciante che si
faceva sempre più violento, fino a che non furono costretti a prendersi la
testa tra le mani per evitare che quel boato entrasse nelle loro menti e le
spaccasse.
All’improvviso
una delle vedette che si trovava ancora sul pennone più alto lanciò un urlo di
terrore, subito soffocato dal tremendo schianto di un tuono.
Un
lampo attraversò tutto il cielo e rimase per qualche istante immobile, come a
voler mostrare a quei marinai tutta la loro follia: di fronte a loro si
estendeva la fine del mondo.
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La
luce metallica che squarciò improvvisamente il cielo mostrò ai marinai la fine
del mondo.
L’equipaggio
conosceva quei luoghi solo attraverso le leggende, ma l’immaginazione di nessun
uomo avrebbe mai potuto giungere così lontano.
L’abisso
di fronte a loro doveva essere una delle ferite lasciate sulla terra da una
guerra tra divinità condotta in un mitico passato, quando ancora il mondo non
era che un immenso mare e nulla era stato creato.
L’oceano
stesso si gettava in una voragine di enormi dimensioni, e l’acqua cadeva in grandissime
cascate, la cui altezza doveva essere di diverse centinaia di miglia.
Di
fronte al ciglio dell’abisso giungevano gli spruzzi causati dalle cascate,
sotto forma di una muraglia d’acqua che impediva di vedere al di là.
Un
altro oceano poteva trovarsi dall’altra parte della spaccatura, o un intero
mondo nelle sue profondità, ma forse non vi era altro che il vuoto.
La
tempesta si abbatteva ora sulla nave, minuscolo e impotente pulviscolo al
centro di un’incontrollabile e furioso movimento.
Gli
uomini si aggrappavano disperatamente alle corde e all’albero maestro, per non
venire travolti dai flutti che si abbattevano sul ponte; essi non potevano neppure
tentare di governare l’imbarcazione, perché quell’uragano era troppo forte.
I
marinai non avevano avuto tempo di rifugiarsi sottocoperta, e ora lasciare i
loro appigli significava la morte.
La
fregata, che seguiva il repentino flusso delle onde, veniva portata in alto e
poi fatta ricadere con violenza: il cielo si era fatto completamente buio, ma i
fulmini che laceravano la notte lasciavano scorgere con chiarezza cosa accadeva
in quell’inferno d’acqua.
Essi
videro, e chiusero gli occhi, e il loro grido disperato fu portato via dal
vento e dal fragore.
La
nave stava per cadere nell’abisso!
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Il
mare sembrava una gigantesca creatura mitologica sconvolta dall’ira: con i suoi
flutti, possenti come le urla di rabbia di un colosso, pareva voler distruggere
quei folli mortali che avevano mostrato la presunzione di potersi avvicinare a quel
luogo primordiale.
La
nave, sballottata dalle onde impazzite, si stava dirigendo pericolosamente
verso le cascate, e non vi sarebbe stato scampo se fosse caduta nel baratro.
Lord
Tynemouth era avvinghiato con tutto il corpo alla balaustra del ponte: il
terrore gli offuscava la mente, la sua ragione era come pietrificata.
No,
non poteva essere questo il prezzo da pagare: il sacrificio di coloro che più
gli erano stati fedeli valeva forse il suo desiderio più grande?
Il
gentiluomo ebbe la vista annebbiata, per un istante, ma non era il vento, né la
pioggia, ne l’acqua dell’oceano…era il silenzioso e disperato grido di dolore
per una promessa non mantenuta, per un’illusione frantumata, per un sogno
infranto!
Egli
mosse la testa, e vide il suo equipaggio che lottava disperatamente per evitare
un destino che di lì a poco sarebbe stato inesorabile.
Alcuni
marinai incrociarono il suo sguardo, ma nessuno di loro sembrava odiarlo o
considerarlo la causa di ciò che stava accadendo. Avevano sempre avuto rispetto
per il valore del loro comandante, quasi un affetto, e anche ora essi
conservavano in lui una fiducia incrollabile: nei loro occhi brillava la
speranza che il capitano sarebbe riuscito a salvare le loro vite, a dispetto di
qualunque forza naturale che avesse cercato di opporsi a lui. Essi si fidavano, sapevano che non li avrebbe condotti alla morte per un capriccio.
Tynemouth
lesse tutto questo nei loro volti spaventati, e allora si vergognò della sua
debolezza.
Quei
marinai lo avevano sempre servito con fedeltà e coraggio, ed egli si era
servito delle loro vite per cercare di soddisfare il suo egoismo!
Le
lacrime tornarono improvvise, ma il gentiluomo le ricacciò indietro: come in
una visione vide lei che, avvolta da
un’aura bianchissima, gli tendeva la mano.
La
croce che aveva al collo emise un bagliore: come per un incantesimo, ogni cosa
intorno rallentò, quasi fino a fermarsi.
La
pioggia divenne una finissima polvere di stelle, il vento si fermò e l’acqua
intorno si fece calma e si tinse d’argento.
Tynemouth
sentì un improvviso calore sul suo corpo, mentre il piccolo gioiello pulsava,
animato da un’essenza interiore.
I
marinai si guardarono intorno con profondo stupore, ma non osarono lasciare i
loro appigli per timore che l’oceano avesse concesso loro solo una tregua
temporanea.
Il
capitano si staccò lentamente dalla balaustra, e fece qualche passo verso i
suoi uomini.
Egli
disse loro qualcosa, ma essi non percepirono alcun suono.
Videro
solo che il viso del loro comandante era calmo e sorridente mentre parlava, ed
egli stringeva la croce che gli avevano sempre visto indosso fin dal giorno
della partenza, e che ora brillava di luce propria.
Lord
Tynemouth tacque, e nei suoi occhi vi era un’immensa riconoscenza per coloro
che lo avevano aiutato a raggiungere quel luogo leggendario.
Egli
chinò brevemente il capo: li stava salutando!
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Il
tempo si era cristallizzato in una magica atmosfera, e ogni cosa intorno
sembrava lucente e viva.
Le
alte onde e la furia dell’uragano sembravano appartenere a un lontano passato,
e il rumore del mare sembrava liberare una musica leggera e armoniosa, note
tratte da un’arpa accarezzata da una fata dell’acqua.
Lord
Tynemouth rivolse al suo equipaggio poche parole, ma esse erano sufficienti per
esprimere ciò che egli aveva nel cuore.
In
qualche modo essi udirono.
Il
gentiluomo chinò la testa, e quando rivolse a loro un ultimo sguardo essi
videro che lui piangeva: ma erano lacrime di gioia, che raccontavano più di
infinite parole.
Lord
Tynemouth si girò lentamente (o almeno così parve: era un’atmosfera incantata
in cui il tempo e lo spazio non avevano più ragione d’essere), e mosse qualche
passo verso una parte della balaustra che era stata spaccata dalla tempesta.
Egli
corse, e si tuffò nel vuoto: cadde nell’oceano, e le onde lo accolsero tra le
loro braccia, e lo portarono via dolcemente.
I
marinai corsero uno dopo l’altro sui lati della fregata, e si accorsero che la
fine del mondo era ben visibile di fronte a loro, sebbene il ruggito delle
cascate fosse scomparso.
Essi
videro il loro capitano avvicinarsi al confine e poi scomparire dentro
l’abisso: allora si portarono le dita alla fronte per salutarlo a loro volta.
Era
il loro addio!
Improvvisamente,
tutto mutò.
La
fregata stava ora navigando sull’oceano, le onde lambivano il suo scafo e il
cielo era sereno e pieno di stelle sopra di loro; una brezza gentile gonfiava
le bianche vele, e la luna piena illuminava la strada.
La
fine del mondo era scomparsa, così come la tempesta, il vento, il fragore, la
pioggia di stelle e l’acqua d’argento.
Restava
solo un placido mare che si estendeva immenso fino all’orizzonte, e non vi era
abisso in cui l’acqua poteva cadere.
I
marinai avrebbero potuto pensare che fosse stato null’altro che un sogno, ma
comprendevano che non era così: il loro capitano era scomparso.
Ad
un tratto nelle loro menti risuonò l’eco di una voce familiare.
Io devo andare…non
cercatemi, non credo che potreste trovarmi…vi ringrazio per ogni cosa, vi devo
la mia felicità…e, non preoccupatevi per me,
io starò bene…dopotutto, questa è la mia strada per casa.
* * *
Questa è la leggenda. Il
vecchio marinaio narra instancabile con voce sommessa, e parla con affetto del
suo antico comandante. Egli non nasconde di essersi domandato molte volte che
cosa il suo signore possa aver trovato sul fondo della cascata.
Spera che lord Tynemouth
sia riuscito davvero a trovare la felicità che gli si leggeva negli occhi
quando la forza della sua piccola croce d’oro aveva calmato la furia dello
spirito degli oceani.