9/5/2007
La Leggenda di Winter Manor - Parte Prima
Questo è un racconto che ho composto io. Vi prego di non copiarlo o di spacciarlo per vostro, rispettate la mia vena creativa. Grazie da Laura!
La Leggenda di Winter Manor
Lo ieri dell'uomo non può mai somigliare
al suo domani; nulla può durare tranne
la mutabilità.
Percy Bysshe Shelley
La
nebbia era comparsa, e si era stesa in fretta sulla vallata, coprendo ogni
cosa.
L’aria
stessa era pregna di umidità, e ad ogni passo pareva che nulla potesse esistere
oltre quella barriera fredda e densa, eppure così sfuggevole.
Regnava una grande quiete, e nulla
disturbava il silenzio che si era creato, come se ogni cosa fosse stata
soffocata da una coltre di ghiaccio.
Gli alberi spogli della Foresta
Bianca sembravano piegarsi già sotto il peso di una nevicata che sembrava
prossima, e la luna, che quella notte si mostrava completamente agli occhi dei
mortali, si affacciava ogni tanto tra i brandelli di nuvole scure.
L’imponente ombra scura di Winter
Manor si intravedeva appena nella fitta foschia, e le quattro torri sugli
angoli sembravano sentinelle immobili nel buio.
La dimora apparteneva da tempo
immemorabile ai signori della Valle del Tempo Smarrito, com’era chiamato quel
luogo quasi ai confini del mondo, e dominava il paesaggio da un’altura vicino
al fiume.
L’ultimo discendente dei Tynemouth
sedeva nel vano della finestra di una sontuosa camera da letto del primo piano,
e lasciava che i suoi sensi affogassero lentamente nell’oscurità di fuori: il
gentiluomo fumava un sigaro che riempiva l’aria di un piacevole aroma speziato,
e sembrava non curarsi del tempo che passava.
Egli immaginava, senza vederla, la
brughiera che si stendeva oltre la
Foresta, fin dove l’occhio poteva arrivare, e l’immensa
distesa brulla si confondeva nei suoi pensieri confusi con la visione del mare,
infinito e inafferrabile luogo di eterno movimento.
Lord Tynemouth aveva trascorso
lungo tempo in mari lontani e inospitali, combattendo contro pericoli di ogni
sorta: aveva affrontato feroci pirati e serpenti marini, si era spinto dove
nessun altro aveva osato, con una nave armata e una ciurma di marinai fedeli e
coraggiosi.
Egli era passato attraverso tutto
questo, ma adesso si sentiva oppresso da una strana stanchezza, che gli faceva
apparire anche le più terribili prove affrontate sotto una luce opaca. Si
sentiva soffocato dalla solitudine, uno stato d’animo che neppure le accorate
manifestazioni d’affetto dei suoi marinai erano valse a dissipare.
Era stato un triste addio, quando
le vele della nave erano scomparse pian piano sotto l’orizzonte, e Tynemouth vi
aveva ripensato spesso nel solitario viaggio a cavallo attraverso la Valle: tuttavia non aveva
rimpianti per quella separazione, poiché gli sembrava ora che tutte le cose
avessero perso il loro senso.
Il gentiluomo ebbe un brivido e si
mosse come una persona che si risveglia di soprassalto da un sogno: lontano,
nella brughiera, la campana di qualche minuscola chiesa aveva suonato dodici
rintocchi, che riecheggiavano lugubri in quell’atmosfera onirica.
Tynemouth si mosse piano, il corpo
e la mente in preda a un torpore difficile da rifuggire, e vacillando raggiunse
il letto: vi si lasciò cadere quasi di peso, chiuse gli occhi e sprofondò
immediatamente in un dormiveglia popolato da strane creature evanescenti,
immagini del suo passato e di ciò che avrebbe potuto essere e non era stato.
Si sollevò all’improvviso con un
gemito, mentre il suo cuore stesso, battendo sempre più in fretta, sembrava
soffocarlo: aveva dormito un istante, un’ora, un giorno…chi avrebbe potuto
dirlo?
La candela che prima ardeva adesso
era completamente consumata, ma la luna non pareva essersi spostata molto nel
cielo nuvoloso, e il suo raggio creava incerti riflessi argentati sulle figure
fantastiche scolpite su un armadio: le fate e gli elfi, semplici creazioni di
un abile artigiano, sembravano prendere vita sotto quella luce bianca e
penetrante.
Tynemouth si diresse verso la
porta, e appoggiò una mano sulla maniglia prima di fermarsi: era come se mani
invisibili volessero spingerlo fuori, nel freddo corridoio di pietra, verso una
presenza sconosciuta e terribile.
Uscì, quasi si scagliò fuori dalla
stanza, come se l’aria di quel luogo fosse per lui troppo opprimente, e attraversò
di corsa i corridoi e le scale fino all’entrata della torre: salì in fretta,
senza curarsi del pericolo costituito dagli scalini troppo stretti e umidi, e
giunse in cima.
Non era mai stato lassù, eppure
quel luogo gli appariva stranamente familiare: vi erano cavalletti da pittore
con quadri ricoperti da teli bianchi, alcuni libri antichi ammucchiati uno
sopra l’altro e un’enorme testa scolpita nella pietra e abbandonata sul
pavimento.
Il gentiluomo si mosse attraverso
quei frammenti di memoria, consapevole di disturbare una quiete che durava da
anni, forse secoli. Le ragnatele e la polvere stessa sembravano appartenere al
passato.
L’aria era ghiacciata, poiché il
vetro di una delle due finestre era frantumato, e la nebbia sembrava essere
strisciata anche lì.
Appoggiò una mano sulla piccola
balaustra, sentendo qualche granello di pietra cedere sotto la sua pressione e
cadere nel vuoto, e fissò ancora una volta lo sguardo nel mondo di fuori, che
dall’alto appariva ancora più spaventoso: se quello spazio informe l’avesse
inghiottito, era certo che non avrebbe trovato mai più la via del ritorno.
Era come se fosse sull’orlo di un
abisso di cui non si poteva raggiungere il fondo, e si costrinse ad allontanarsi
dalla finestra, indietreggiando in quello che doveva essere stato l’atelier di
un artista.
Tynemouth chiuse gli occhi
riflettendo sulle emozioni contrastanti che avevano scosso il suo animo nel più
profondo: sembrava che qualcosa di straordinario stesse accadendo, eppure
quella casa non aveva mai avuto segreti per lui, che vi aveva trascorso i primi
anni della sua infanzia…o forse allora non poteva capire…
Ad un tratto il gentiluomo si rese
conto di non essere solo: una presenza si era come formata in quella stanza, e lui
poteva “sentirla”.
Si volse lentamente,
sorprendendosi di non provare nulla di simile alla paura, e la vide.
Una donna vestita di un abito
bianco stava in piedi sulla soglia della stanza: i suoi lunghi capelli corvini
ondeggiavano lievemente scossi da un’invisibile brezza, e il suo sorriso era
colmo di malinconia.
L’uomo rimase immobile: temeva che
anche un impercettibile movimento avrebbe fatto svanire quella figura, e lui
non voleva perderla: gli pareva che tutte le meraviglie che aveva visto nei
suoi viaggi perdessero di significato al confronto con LEI.
Non vi era logica umana che
avrebbe potuto spiegare quell’incontro, dove ogni cosa sembrava fluttuare:
l’atelier stesso appariva come un’isola che si era divisa dal resto della dimora,
e ora galleggiava in un luogo fuori dal tempo e dello spazio.
Fu un rintocco di campana che
spezzò l’incanto: il suono produsse un’eco quasi assordante nel silenzio, ma
Tynemouth, come spinto da una forza sovrannaturale, si gettò verso di lei, che
per una attimo gli tese la mano destra, una mano bianca come l’avorio.
Fu come toccare una nebbia densa e
umida, e poi cadere in un baratro senza fondo, mentre la figura si dissolveva,
come se non fosse mai esistita.
*
* *