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    9/4/2008

    Fallen Angel [Intro]

    Ciao a tutti! Dopo una lunga assenza dal mio blog, torno per pubblicare altri racconti scritti da me.

    Quello che state per leggere qui è una storia d’amore con un protagonista molto particolare, un vampiro.

    Buona Lettura! ^^

    p.s: per motivi che non riesco a immaginare, le frasi sono venute tutte distanziate tra loro di una riga O.o

    ...io non so cosa farci, quindi leggetelo così...

    -NOTA: Questo racconto è stato scritto da me, quindi non azzardatevi a copiarlo in qulache altro sito o a spacciarlo per vostro, grazie.


     

    Fallen Angel

     

    Un racconto gotico

     

     

    “…Thy eternal summer shall not fade

       Nor lose possession of that fair thou owest,

      Nor shall Death brag thou wander’st in his shade,

      When in eternal lines to time thou growest”

                                            William Shakespeare, sonetto XVIII

    Fallen Angel [Prima Parte]

    “Ho sentito le loro voci pronunciare il nome di Satana, e ho visto le loro mani fare il segno della croce per scacciare il Maligno…ho avvertito la paura gelare i loro cuori, sbarrare i loro occhi: essi parlavano di me…

    Alexander di Faron è morto molto, molto tempo fa, e una creatura malvagia ha preso il suo posto…una creatura che non può fare altro che nutrirsi di sangue, per sopravvivere…la mia anima è immortale, come pure il mio corpo:  il tempo non sfigurerà il mio volto, e potrò avere tutta la conoscenza a cui i mortali aspirano…ma non avrò la felicità che molti di loro raggiungono…

    Essi mi temono, essi non capiscono, non sanno e non sapranno: notte dopo notte il mio desiderio si ripresenterà implacabile, e verrà il giorno in cui dovrò soddisfarlo…io faccio ciò che è nella mia natura fare…

    Questa è l’ironia del mio destino, io uccido per vivere…

    ________________________________________________________________________________ 

    Il fuoco che ardeva nel caminetto si stava consumando, lasciando la stanza dell’ala ovest del castello al freddo e nella penombra.

    L’uomo che sedeva sulla poltrona -le gambe allungate verso la cenere e la testa abbandonata contro lo schienale- poteva avere al massimo trent’anni: la pelle del viso era pallidissima, quasi d’alabastro, e gli occhi socchiusi erano d’un azzurro intenso, innaturale.

    Vestiva quasi completamente di nero, dai guanti agli stivali, mentre la camicia e il foulard erano bianchi; a prima vista l’uomo appariva morto, ma uno sguardo più attento avrebbe notato il lento e impercettibile alzarsi e abbassarsi del petto a ogni respiro.

    Egli era solo: viveva in quel maniero da così a lungo da aver perso ogni nozione temporale.

    Ricordava vagamente di essere stato il signore di Faron, una terra paludosa e malinconica piena di boschi, avvolta in fluttuanti coltri di nebbia per buona parte dell’anno.

    Con chiarezza sapeva di essere chiamato Alexander, ma quanto tempo era passato dall’ultima volta in cui una voce umana aveva pronunciato il suo nome?…

    Perfettamente immobile, quasi senza più avvertire la presenza del proprio corpo, egli lasciò che i pensieri si affacciassero frammentati alla sua mente…

    Era notte quando mi svegliai di soprassalto, appoggiato allo scrittoio su cui mi ero assopito: avevo sognato di qualcuno che entrava nella mia stanza attraverso la finestra aperta, e si fermava accanto a me, sfiorandomi la spalla. Fu quel contatto a svegliarmi, credo…e fui sorpreso, quando aprii gli occhi, di scoprire che la finestra era davvero spalancata, e una leggera brezza fresca mi sfiorava…Prima che avessi il tempo di capire cosa era successo, provai una sensazione inquietante, mi alzai di scatto e mi voltai…

    C’era una persona di fronte a me, che mi fissava tranquillamente con un’espressione soddisfatta: ricordo il suo volto, che era giovane e vecchio allo stesso tempo…La sua pelle ricordava con terrificante somiglianza il pallore di un cadavere, e gli occhi erano viola come un’ametista… Qualche ciuffo di capelli biondi ricadeva sulla fronte, e le labbra si curvavano leggermente in un enigmatico sorriso.

    Non mi mossi, pur desiderando farlo, né riuscii a profferire parola, come se quella presenza avesse annullato ogni mia volontà…

    Il vampiro – perché di quella creatura si trattava! – tese una mano bianca e affusolata verso di me, pronunciando il suo nome in un sussurro: “Ruben”… Con l’oscura certezza che lui sapesse chi ero, strinsi le sue dita sottili senza dir nulla, e provai un brivido nel scoprire che erano fredde come una notte d’inverno…Ritrassi in fretta la mia mano, incapace di sopportare ancora a lungo (questo fu il mio pensiero)  un contatto con la morte, poiché credetti che nessun essere umano poteva essere così privo di calore come la creatura che avevo davanti…

    Ruben rimase impassibile, poi mosse la mano con un gesto fluido, mentre un ordine usciva dalle sue labbra: “Ascoltami…”

    Disse tutto ciò che doveva dire senza preamboli, con voce inaspettatamente calda e suadente, che tuttavia non potei dire con certezza se era di uomo o di donna…

    “Il mio tempo su questo terra sta per concludersi, ma non mi è permesso di morire se prima non mi libererò dei miei poteri…Possiedo la capacità di allungare la mia vita attraverso il sonno, ottenendo così di vivere molto più a lungo degli esseri umani…ciò che essi chiamano immortalità…

    Il mio corpo è divenuto fragile, e sento che non sopporterò a lungo questa situazione: Alexander di Faron, il tuo volto mi è apparso in sogno come quello dell’unico mortale il cui sangue possa annullare i poteri del mio…mi permetterai di trasferire l’immortalità dal mio corpo al tuo, affinchè io possa trovare la morte?”: mi pose infine questa domanda, ma in realtà nel mio cuore e nella mia mente scoprii di non avere scelta, se non di accettare…

    La creatura si avvicinò a me e mi strinse in un abbraccio, poi sentii un dolore lancinante sul collo: caddi in uno stato di torpore, e mi sembrava di precipitare sempre più in basso in un abisso di cui non potevo vedere il fondo…avvertivo distintamente i battiti del mio cuore, mentre il vampiro succhiava con lentezza tutto il mio sangue…

    Ricordo come in sogno ciò che avvenne dopo, quando ripresi i sensi: mi sorpresi di essere ancora vivo, pur sentendomi in qualche modo diverso da prima: la mia bocca era umida, come se avessi bevuto qualcosa di tiepido, poi vidi la creatura che rideva sommessamente mentre si fasciava il polso destro con una striscia di stoffa, e allora compresi che mi aveva nutrito con il suo stesso sangue, che era una mescolanza tra il mio, mortale, e il suo, immortale, per impedirmi di morire.

    Mi sollevai in ginocchio, e vidi che il suo volto non era più così pallido, lo sfiorai e sentii che un lieve calore si stava diffondendo in lui…

    Andai alla specchiera che era vicino al camino e mi resi conto con un moto di orrore che io ero cambiato: era il mio viso ad aver assunto un biancore mortale, e sentivo una sensazione di gelo insinuarsi in ogni angolo del mio corpo…Mi sostenni contro il muro per non cadere, e quando mi voltai vidi che Ruben se n’era andato, silenzioso com’era venuto, mentre l’eco della sua sottile risata risuonava ancora nella mia testa…Una menzogna, un’orrenda menzogna…Mi aveva ingannato, solo ora lo comprendevo: no, lui non voleva una vittima sacrificale per liberarsi della sua natura perversa…lui voleva imprigionare altri in quella stessa rete demoniaca e di peccato…Fui colto da una vertigine, e da una disperazione terribile: come avrei potuto vivere?...

    Come poteva esistere una vita nella morte?...

    Scoprii molto presto che il sonno non era sufficiente per protrarre la mia esistenza, ma avevo bisogno di sangue per nutrirmi: resistetti per molti giorni, ma infine la mancanza di forze vinse la mia ripugnanza, e bevvi il sangue di un animale selvatico che avevo ucciso…

    In seguito, dopo aver preso confidenza con la mia nuova condizione di vampiro, vidi di possedere una grande leggerezza, e potevo saltare da grandi altezze senza farmi male…

    Mi nutrivo solo quando era necessario, e sempre di sangue animale, senza avere il coraggio di affondare i denti nel collo di un essere umano… 

    Fallen Angel [Seconda Parte]

    Il signore di Faron si alzò in piedi con gesti lenti e misurati, e barcollò in avanti di qualche passo: si sostenne alla mensola del caminetto e si premette le dita sugli occhi, come per scacciare la nebbia che gli aveva per un istante offuscato la vista.

    Non avrebbe potuto resistere ancora a lungo, sentiva che in ogni momento trascorso il suo corpo si indeboliva maggiormente…sangue…il pensiero balenò nella sua mente, ed egli sollevò la testa, consapevole di ciò che doveva fare…

    Cominciò a muoversi piano, per risvegliare i muscoli intorpiditi, poi si fermò di scatto come colpito da un fulmine: che cos’era quella sensazione che era nata dentro il suo cuore e che sembrava bruciare tutto il suo essere?…Un desiderio incontrollabile, che poteva essere placato solo realizzandolo: sangue umano…

    Alexander cadde in ginocchio, lasciandosi sfuggire un gemito dalle labbra: no, no, no!…

    Quante volte avrebbe scelto l’uomo all’animale, ma sempre si era allontanato con orrore da quell’idea…eppure cominciava, solo ora dopo così tanto tempo, a rendersi conto che poteva esserci  piacere nell’uccidere un essere umano…

    Alexander lasciò vagare la sua mente attraverso la lussuria del pensiero: succhiare il sangue di una donna sarebbe stato come fare l’amore con lei…

    Risoluto si sollevò, andò verso la finestra e la spalancò: l’aria era gelida, e le stelle erano coperte da pesanti coltri di nuvole scure; solo la luna piena riusciva ogni tanto ad emergere, una macchia biancastra nell’oscurità.

    In fondo alla valle si vedevano le luci del villaggio, unico punto di riferimento nella campagna nera: era lì che Alexander avrebbe cercato la sua prima vittima.

    Uscì sul balconcino di pietra, poi con gesti agili e veloci, aiutandosi con l’edera rampicante che aveva invaso il muro, toccò terra. Si mosse velocemente nel giardino, uscì dal cancello socchiuso e passò come un’ombra tra la bassa vegetazione della campagna fino a giungere al villaggio.

    Il vampiro vagò per la strade deserte, senza che i suoi passi producessero alcun rumore: camminò tra le case e contro i muri, poi si fermò e alzò lo sguardo su una finestra da cui usciva una luce tremolante; con un salto raggiunse il davanzale e si tenne in equilibrio su di esso, e appoggiò il viso al vetro.

    Nella stanza, che si trovava al piano superiore della locanda, vi era una donna addormentata: essa giaceva distesa sul letto, vestita, con gli stivali ancora addosso e i lunghi capelli neri sciolti sul cuscino.

    Le ante della finestra si spalancarono silenziosamente sotto la pressione delle mani, e Alexander entrò nella stanza, socchiudendo i vetri dietro di sè: faceva caldo, perché il fuoco era ancora acceso, e si sentivano voci smorzate giungere dalla sala comune al piano di sotto.

    Il vampiro si avvicinò al letto e si chinò sulla donna, si sfilò un guanto e le sfiorò la guancia con le dita: la sua pelle era tiepida, ed emanava un delicato profumo di fiori; per un istante Alexander sentì riaffiorare il sentimento che finora l’aveva trattenuto dal nutrirsi di sangue umano, ma subito lo scacciò: gli era stato dato un potere in dono, ed egli ne avrebbe finalmente goduto, dopo anni di inutili resistenze.

    Sollevò la donna tra le braccia, apparentemente senza sforzo, poi si avvicinò alla finestra che si aprì senza far rumore, mossa dalla forza del pensiero.

    Balzò giù con movenze feline, e prese a correre verso il castello, dimenticando la sua debolezza e animato da una sconosciuta eccitazione.

    Senza arrischiarsi a raggiungere il balcone con la donna in braccio, entrò dal cancello e salì lo scalone, dove gli intricati disegni delle ragnatele risplendevano di bagliori argentati. Attraversò il corridoio e fu di nuovo nella sua stanza, stringendo sempre a sé la donna, che per qualche strano incantesimo non si era svegliata: la adagiò con cura sul letto, poi andò a chiudere la finestra poiché l’aria era gelida. Si tolse i guanti di pelle, gettò un pezzo di legno nel caminetto e la fiamma rinacque improvvisa e alta dalla cenere.

    Alexander sedette sul bordo del letto a baldacchino, fermandosi solo ora a studiare i lineamenti di colei che aveva rapito.

    Poteva avere ventidue o ventitre anni, la pelle era chiara e le labbra erano sottili, e il colorito roseo era messo in risalto dai capelli corvini, che alla luce del fuoco assumevano curiosi riflessi violacei. Il vampiro avvolse le dita nella capigliatura, giocando con essa, e scoprì che al tatto sembrava seta.

    L’elegante abito verde scuro aveva maniche lunghe strette sulle spalle e ampie sui polsi, ed era scollato quasi fino al seno: certamente la donna era una viaggiatrice che si era fermata alla locanda per trascorrere la notte.

    Alexander si sistemò in modo da poter guardare la ragazza addormentata, e trascorse un’ora così, immobile, senza smettere di fissare quel volto bellissimo e delicato…

    Fallen Angel [Terza Parte]

    Antichi timori cominciarono a muoversi insidiosi nella mia mente, riportando alla luce le mie paure più profonde…Mi rendevo conto, inconsciamente, che non avrei mai potuto, neanche in un’altra migliaia di anni, nutrirmi con la linfa vitale della creatura che avevo portato con me…

    Mi ero sbagliato credendo che sarebbe stato come amarla…avrei piuttosto compiuto uno stupro, poiché io soltanto avrei provato piacere, mentre per lei sarei stato come l’angelo della morte…

    Eppure non riuscivo a distogliere lo sguardo da colei di cui credevo di non aver mai visto l’uguale: così bella, così preziosa, fragile ma allo stesso tempo forte…

     ________________________________________________________________________________________________________________________________________

    Amore, un sentimento estraneo al suo cuore, che tuttavia non lasciava dubbi su ciò che era: Alexander si alzò in fretta e andò alla finestra, appoggiando la fronte al vetro freddo: l’amava, lui che non aveva mai amato, e non voleva darle la morte, lui che in fondo aveva rinunciato alla sua vita mortale in cambio di quella immortale…Ma era possibile che l’amore riempisse l’anima di una gioia così grande da non poter essere neppure nominata?

    Sangue, sangue umano…la brama lo colpì improvvisa, violenta: cercò di lottare contro quell’empio desiderio, ma la sua volontà era come soffocata nelle spire del peccato, ed egli si trovò ancora una volta divorato dalla terribile febbre che si sentiva ormai incapace di respingere…

    Un gemito dietro di lui attirò la sua attenzione, e vide che la ragazza si era svegliata, ed ora si guardava intorno frastornata e sorpresa; Alexander fu accanto al letto con la velocità di un’ombra, e fu scosso da un brivido nel vedere quegli occhi neri e spaventati posarsi su di lui.

    “Il mio nome è Alexander…come vi chiamate?”: la domanda non fu altro che un rauco sussurro.

    La donna si ritrasse leggermente, senza poter distogliere lo sguardo dalla figura che le stava di fronte e la sovrastava: non ricordava di aver mai visto un uomo più bello e affascinante, e sentiva che se avesse indugiato ancora a fissare quell’azzurro così intenso sarebbe stata persa per sempre. “Lysandra” mormorò infine.

    Lentamente, come per prolungare in eterno quegli istanti, Alexander si protese verso la ragazza, le pose una mano sulla spalla e la spinse piano, giù, giù, fino a farla sdraiare sulla schiena...

    Salì con un ginocchio sul letto e si chinò sulla donna, fino a che i loro corpi furono perfettamente sovrapposti, come un solo corpo…

    Il vampiro le sfiorò le labbra con un bacio, poi le affondò il viso nei capelli, sentendo un sospiro uscire dalla gola della donna…socchiuse la bocca contro il suo collo, immaginando il sangue caldo scorrere dentro di lui restituendogli la forza…sarebbe bastato poco, mentre lei, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto difendersi in alcun modo…

    Con un grido soffocato Alexander si strappò da lei e dovette appoggiarsi al sostegno del baldacchino per non cadere…ansimava penosamente, e si portò una mano sul cuore come per trattenerlo prima che scoppiasse…non voleva farlo, non voleva farlo, non poteva commettere un atto così terribile…non voleva diventare una creatura del demonio, se pure non lo era già…

    La donna si sollevò, spezzando il sortilegio che come una ragnatela l’aveva imprigionata e stordita: avrebbe voluto fuggire, poiché aveva compreso che specie di creatura era quella che aveva di fronte, ma prima che potesse ritrovare la lucidità necessaria per tentare di muoversi il vampiro era caduto in ginocchio, protendendo le mani bianche verso di lei.

    “Perdonatemi…vi prego, perdonatemi…” mormorò Alexander con voce debole e tremante.

    La ragazza scese dal letto e rimase in piedi di fronte a lui: “Siete un vampiro…” sussurrò in risposta, guardandolo senza espressione.

    Lui abbassò le braccia, e Lysandra vide con triste stupore che gli occhi azzurri erano offuscati dalle lacrime: mosse qualche passo incerto, poi s’inginocchiò anch’essa.

    Non avrebbe saputo spiegare perché faceva questo: era convinta che se fosse fuggita lui non avrebbe fatto assolutamente nulla per impedirglielo…ma non era questo voleva.

    Gli sfiorò il volto freddo e pallido, e provò un’inspiegabile sensazione di calore, poi lentamente gli cinse il collo con le braccia. Con gesti quasi impacciati Alexander ricambiò l’abbraccio, perdendosi nei meandri di un’emozione senza tempo.

    Il seno premuto contro il petto robusto, Lysandra sentì che i loro cuori battevano con la stessa intensità nello stesso momento, e comprese che il suo destino doveva compiersi accanto a quella creatura, nella gioia o nel dolore.

    “Vorrei amarti come un uomo ama una donna…” Alexander le sussurrò improvvisamente all’orecchio, “…ma se io lo facessi tu diventeresti come me…e io non voglio rubare la tua vita e la tua anima…mi sono troppo care per strappartele in questo modo”.

    Lysandra si ritrasse un poco fissandolo lungamente negli occhi, poi lo baciò sulle labbra con una delicatezza non scevra di ardore: “Tu sei un angelo caduto, che però è riuscito a risollevarsi dal fango del peccato…ma sono io a chiedertelo, ora…fammi diventare come te, perchè ti possa rimanere accanto in eterno…”.

    Il vampiro esitò: aveva giurato a se stesso che piuttosto avrebbe scelto la morte, ma non voleva mai più cedere alla brama di bere sangue umano.

    Vide una fredda determinazione negli occhi scuri della donna…ma come poteva concederle una vita che le avrebbe negato ogni felicità?…Tu non capisci…non sai quello che dici…

    I loro pensieri furono interrotti da grida e rumori provenienti dal giardino: balzarono in piedi e corsero alla finestra, uscendo sul balconcino: la luna comparve in quell’istante da dietro una nube, e mostrò un gruppo di uomini armati di bastoni, coltelli e archi che si muovevano nel giardino verso il cortile, e apparivano intenzionati ad entrare nel castello.

    Quelli si fermarono quando videro le due figure in piedi sul balcone, e quando la luna emerse completamente, illuminando a giorno i volti di ognuno, cinque di loro riconobbero la padrona.

    Essi erano infatti i servitori che avevano accompagnato Lysandra e che, accortisi della sua scomparsa, avevano dato l’allarme.

    Gli altri dieci, uomini della locanda, avevano spiegato che nel castello viveva una creatura chiamata vampiro: tutti lo sapevano, ma nessuno aveva mai avuto il coraggio di andare e cercare di ucciderla.

    La creatura non si era mai scagliata contro gli uomini, ma poteva averlo fatto ora con la straniera, e siccome la finestra era stata trovata aperta e la porta chiusa a chiave, non potevano persistere dubbi.

    “Uccidiamo il mostro!”: il grido salì lugubre fino al balcone, e Lysandra comprese che neppure per lei ci sarebbe stata salvezza: essi avrebbero creduto che lei era stata catturata dal demonio, e  anche se avesse giurato di non essere stata violata, nessuno le avrebbe dato ascolto; d’altra parte, in cuor suo, aveva ormai deciso che sarebbe rimasta al fianco del vampiro fino alla fine.

    Alexander, i riflessi assai pronti nonostante la spossatezza, attirò la ragazza dietro di sé, facendola rientrare nella stanza, ma non fu così veloce da evitare una freccia scagliata da uno degli assalitori: il vampiro si slanciò al riparo della camera accasciandosi a terra, e la donna gli fu subito accanto.

    Il dardo era penetrato profondamente nel fianco, e Alexander respirava a fatica, stringendo i denti per non gridare dal dolore.

    “Vattene…sei ancora in tempo…” mormorò il vampiro con voce strozzata.

    Lei scosse il capo mentre le lacrime le annebbiavano i sensi: vide un fiotto di sangue allargarsi sulla camicia immacolata, e capì che la morte sarebbe sopraggiunta presto…

    Sangue…un’idea attraversò la mente di Lysandra, decisa anche a morire per salvare quella creatura che si era sacrificata per lei.

    Prese la freccia e la estrasse con un colpo deciso, strappando un sussulto ad Alexander, poi sollevò la gonna e sfilò da uno stivale uno stiletto affilato che portava sempre con lei: soffocò un sussulto quando la lama penetrò vicino al polso, e subito una striscia scarlatta le macchiò la pelle.

    “Alexander, bevi!”: Lysandra lo sollevò per quanto riuscì, sostenendolo sulle proprie ginocchia, e gli appoggiò il polso ferito sulla bocca.

    Il vampiro la fissò per un istante, gli occhi azzurri colmi di stupore ma anche di riconoscenza, poi le afferrò il polso e succhiò avidamente la linfa vitale che ella gli offriva spontaneamente.

    Lysandra chiuse gli occhi, in preda al dolore: strinse il vampiro ferito contro di sé, ansimando mentre lui la svuotava lentamente.

    Dunque era questo il sangue umano…un piacere innominabile e inestimabile, che non poteva essere neppure pensato o immaginato…lo sentiva scorrere nelle sue vene, un calore che gli restituiva tutte le energie vitali…

    Strinse con involontaria violenza il polso della donna, strappandole un gemito improvviso: fu quel lamento a riscuotere la sua mente intrappolata in una sensazione afrodisiaca: come poteva provare piacere se ella soffriva?...La sua coscienza era ben desta, e non aveva smesso un solo istante di parlare al suo cuore: Alexander la lasciò con un ruggito di rabbia, e non gli importava se in fondo era stata lei a consegnarsi a lui…

    Fallen Angel [Quarta Parte]

    Lysandra cadde contro di lui, priva di sensi, e il vampiro la strinse tra le braccia, fissando con un terribile rimorso il viso delicato che era divenuto livido…

    Cosa ti ho fatto?...Dunque è questa la mia condanna…aver ucciso la donna che amo…

    All’improvviso le grida rabbiose degli assalitori si fecero vicine, segno che essi erano già sullo scalone. Per un istante Alexander non si mosse, fissando la porta chiusa e aspettando i suoi carnefici: non aveva più nulla per cui lottare, era molto meglio morire…ma poi un pensiero lo colse: avrebbero ucciso anche lei, avrebbero assassinato un’innocente…

    No, questo non doveva accadere: il vampiro prese il pugnale insanguinato e lo infilò nella cintura, poi sollevò ancora una volta la donna tra le sue braccia e corse sul balcone, e saltando sulle balaustre sottostanti giunse infine a terra.

    Sentì distintamente la porta cedere sotto i colpi degli uomini e schiantarsi, poi le loro imprecazioni nel trovare la stanza vuota, ma non si voltò indietro.

    Il vampiro si muoveva in fretta, come un’ombra veloce che può sfidare le leggi della materia, e in poco tempo si trovò nel bosco, accanto a un ruscello che scorreva placido tra la vegetazione: alcuni rami spezzati, in alto, lasciavano filtrare i raggi lunari, e l’acqua rifletteva la luce argentata in un perenne movimento

    Alexander depose delicatamente la ragazza contro un tronco coperto di muschio, poi si sollevò con cautela la camicia quasi completamente imbrattata di sangue, e vide che la ferita provocata dal dardo si era cicatrizzata: non avrebbe mai immaginato che il sangue umano fosse una panacea così potente.

    Un rumore accanto a lui lo fece sobbalzare: Lysandra si mosse piano, con un flebile gemito, ma sorrise stancamente quando i suoi occhi socchiusi incontrarono quelli luminosi di Alexander: si sentiva stordita e priva di forze, ma sapeva di avergli salvato la vita.

    Lui le fu accanto in un soffio, e le sfiorò il viso con il cuore stretto in una morsa di emozione: non era morta, non era morta…

    “Voglio stare con te…non lasciarmi sola…” mormorò Lysandra con voce soffocata.

    Lui si avvicinò ancora, fino ad esserle addosso, e l’avvolse in un abbraccio disperato: sentì le lacrime bruciargli gli occhi e bagnargli le guance, mentre teneva il viso affondato nei capelli della donna: quanto avrebbe voluto che quell’istante durasse in eterno…

    Lei sollevò lentamente entrambe le mani, e rispose debolmente a quella stretta colma di passione: il suo cuore era dilaniato tra due desideri opposti, tra il bene e il male, e non riusciva a spiegarsi perché la felicità sembrava essere nella morte, mentre la vita le avrebbe portato solo solitudine.

    Il vampiro la lasciò andare, poi prese tra le proprie mani il polso ferito della donna: lei si mosse sorpresa quando sentì un tepore diffondersi nel suo corpo, e si rese conto che Alexander poteva guarirla semplicemente toccandola.

    Il vampiro, che mai si era nutrito di sangue umano, non poteva sapere che ne sarebbe bastato molto meno per ritrovare la forze: la sua energia ora era così forte che il suo corpo lasciava fuoriuscire quella in eccesso: era proprio questa energia che aveva quel potere taumaturgico. Dopo qualche istante non rimase traccia della ferita, e Lysandra ritrovò la forza, mentre il suo viso riacquistava colore.

    I due giovani si fissarono per qualche istante, prima che Alexander spezzasse il silenzio: “Ti chiedo perdono, amor mio…per averti trascinata in tutto questo…le nostre vite devono essere separate: il Cielo ti aiuterà, ma tu non devi restare con me…”: egli parlò quietamente, anche se la sua voce lasciava trapelare una grande tristezza.

    Lysandra gli sfiorò il viso: “Non potrò dimenticarti…mai!”mormorò tra le lacrime che non era riuscita a trattenere.

    Il vampiro si protese e un leggero bacio sigillò quelle parole, poi si alzò in piedi e fece qualche passo verso il ruscello: quando Lysandra vide balenare in alto la lama era troppo tardi, e l’eco del suo grido terribile e disperato risuonò a lungo attraverso il bosco.

    Alexander, il pugnale affondato nel cuore fino all’elsa, stramazzò a terra, trascinando con sé la ragazza che aveva inutilmente cercato di sostenerlo: caddero sulla riva del ruscello, dove l’acqua limpida lambiva l’erba.

    La donna si sollevò sopra il suo amore e prese ad accarezzargli febbrilmente il volto, invocando quel nome che le era ormai così caro: l’aveva lasciata sola, per sempre…

    Lysandra aveva stretto a sé il corpo senza vita, ma si ritrasse con un moto di spavento quando sentì sulla mano qualcosa di viscido: dalla ferita provocata dal pugnale stava sgorgando un liquido nero e ripugnante che aveva già macchiato tutta la stoffa, ed era così copioso da insozzare l’acqua nel punto in cui cadeva.

    Istintivamente la donna si slanciò verso un altro punto del ruscello e si lavò la mano sporca con un moto di angoscia e di agitazione, poi guardò ancora verso il cadavere.

    La luce della luna illuminava un massa nerastra in cui si distinguevano a fatica le forme di un corpo umano: era come se quella sostanza immonda stesse divorando il luogo da cui era uscita.

    In preda al terrore la donna si sollevò e iniziò a correre, una corsa disperata senza meta, con un solo pensiero: allontanarsi dallo scempio…Qualunque cosa stesse accadendo era così diabolica da non poter essere sopportata da uno sguardo umano. ________________________________________________________________________________________________________________________________________

     La pioggia cadeva piano, ed erano gocce così sottili che sembravano una foschia.

    Lysandra, distesa accanto ad un albero e riparata da alcuni rami sporgenti, mosse una mano sull’erba bagnata, poi si riprese completamente: aveva freddo, e l’umidità della notte l’aveva avvolta ed era entrata dentro di lei, lasciandola intirizzita.

    La ragazza si mise seduta ma, non appena il ricordo di quello che era accaduto le attraversò la mente come una visione, si prese la testa tra le mani: soffocò un lamento mentre tentava di liberarsi da quell’orrore, e il suo cuore era lacerato dal dolore per una morte che non aveva potuto impedire.

    Una nebbia si era formata tra gli alberi, e l’atmosfera che si percepiva in quel luogo di morte appariva ancora più inquietante, poiché tutto sembrava svanire allo sguardo.

    La donna si alzò faticosamente in piedi, reggendosi contro il tronco, e volse lentamente gli occhi intorno a sé: era come se nulla fosse accaduto…ma non poteva essere un sogno, di questo era certa…i sogni non portano via le persone dal luogo dove esse si trovano.

    Incominciò a camminare, con lentezza, come se il suo corpo fosse pesante: un passo dopo l’altro, cercando di mantenere un equilibrio precario, mentre si muoveva in quel mondo che sembrava mutare continuamente sotto i suoi occhi.

    Non c’era direzione, non c’era nulla intorno a lei: né suoni, né qualcosa che potesse essere una guida sicura…

    Si fermò improvvisamente, quando udì un flebile gorgoglio: non voleva andare oltre, non voleva vedere quella cosa…o almeno ciò che poteva restarne.

    Cadde in ginocchio, gli occhi pieni di lacrime, e si abbandonò ad un pianto silenzioso: cosa poteva fare, ora? Cosa doveva fare, se si sentiva svuotata di ogni forza e di ogni ragione per andare avanti?

    Rimase a lungo così, senza agire, poi fu scossa da un brivido.

    Si alzò ancora, e proseguì: non le importava nulla, se avesse visto ancora l’orrore…forse si sarebbe addormentata di nuovo, per non risvegliarsi più…mai più.

    Ciò che vide le arrestò per un istante il pulsare del cuore: non poteva essere vero, forse la sua mente stanca e provata la stava ingannando e l’aveva condotta sull’orlo della follia…

    Lentamente, senza pensare né capire, si mosse piano e si lasciò cadere lì dove l’acqua si mescolava con la terraferma.

    Non vi era traccia di quella cosa, e solo il corpo di un uomo, immobile e leggermente girato su un fianco, giaceva sull’erba…Lysandra gli sfiorò il volto, e avvertì un insolito calore sotto le sue dita…non vi era il gelo della morte, ma il tepore di una vita appena venuta alla luce…

    L’uomo addormentato rispose con un gemito a quel tocco gentile, poi socchiuse gli occhi: sembrava terribilmente stanco quando si sollevò su un gomito e si guardò intorno, allo stesso tempo smarrito e sorpreso. Si passò una mano sulla fronte, come per scacciare il ricordo di un incubo, o forse per richiamare qualcosa alla memoria, ma non aveva più importanza.

    Lysandra lo fissava senza parlare, poiché si sentiva quasi soffocare: era come se il cuore si stesse lacerando ad ogni istante, e lei credeva che avrebbe potuto morire di una gioia così grande.

    Alexander le rivolse un debole sorriso poi, strisciando e trascinandosi, si spostò dove l’acqua non era fangosa: si abbassò, le mani sommerse fino a metà braccio, e avvicinò il viso a quella fresca e trasparente sorgente di vita.

    Bevve avidamente, per calmare la gola riarsa e inumidire le labbra secche: bevve, e ricordò.

    Aveva cercato la morte come unica soluzione per distruggere ciò che era diventato, ma forse la stessa forza che per lunghissimo tempo gli aveva impedito di cadere nel baratro della lussuria, ora era scesa in suo soccorso, strappandolo al male che l’aveva intrappolato…

    Quella forza scesa dal cielo -un cielo che quasi inconsapevolmente lui aveva invocato prima di morire- gli aveva concesso un inestimabile privilegio: era di nuovo il signore di Faron, era di nuovo un uomo…ma non era più solo: colei che aveva risvegliato nel suo cuore il sentimento più forte, colei che gli aveva restituito qualcosa che credeva di aver perso per sempre, sarebbe stata accanto a lui, adesso e domani, domani, domani…

    La nebbia iniziava a dissolversi, lentamente, e i due amanti si scambiarono uno sguardo: il tempo aveva compiuto un movimento repentino, come una bestia ferita che si piega su se stessa, e Ruben era stato intrappolato nella spirale del passato…

    Mai più Alexander avrebbe incontrato la creatura androgina, e tutto ciò che era stato o avrebbe potuto essere si sarebbe dissolto come un incubo alle prime luci dell’alba…nulla era mai accaduto, e tutto sarebbe stato presto dimenticato…

    Una cosa soltanto sarebbe sopravvissuta, attraverso il balzo di un istante che unisce passato presente futuro: un amore che aveva superato la prova più grande.

     

    FINE

    11/4/2007

    "His Way Home" - Parte Prima

    Ciao a tutti! Sono lieta di presentare sul mio blog la conclusione del racconto "La leggenda di Winter Manor". Chi di voi conosce la saga di Final Fantasy, si accorgerà che a volte ho tratto ispirazione da alcune delle più belle e commoventi scene di questi giochi.

    La pubblicazione su questo blog è dedicata a Miss Aeris, webmistress di "Final Fantasy World", che esprimendo la speranza che lord Tynemouth ritrovasse la sua bella mi ha fatto venire voglia di scrivere un seguito...leggete per sapere cosa accadrà! ^^

    "La leggenda di Winter Manor", prologo di questa storia, si trova negli interventi precedenti. Buona lettura!!!


    His Way Home - La leggenda di lord Tynemouth


    Behind Me - dips Eternity -
    Before Me - Immortality -
    Myself - the Term between -

    ‘Tis Miracle before Me - then -
    ‘Tis Miracle behind - between -
    With Midnight to the North -
    And Maelstrom - in the Sky -

                                                      Emily Dickinson, versi tratti dalla Poesia n°721

     

    L’oceano è il confine del mondo conosciuto.
    Le nazioni sorgono a destra e a sinistra di esso, lo circondano come in abbraccio, ma vi è una parte di esso che nessun uomo ha mai raggiunto, né potrà farlo.
    Le leggende non mentono, vivono nella memoria di anziani marinai con la pelle riarsa dal sole: essi narrano di una cascata la cui maestosità e imponenza vanno oltre ogni fantasia umana.
    Molte delle navi che si sono spinte là non hanno mai fatto ritorno: forse sono state risucchiate nell’abisso, forse non hanno saputo ritrovare la via di casa.
    Alcuni viaggiatori, dopo mesi di navigazione sempre dritta davanti a loro, approdarono alla stessa terra da cui erano salpati senza aver visto nulla. Così, qualcuno giunse alla conclusione che il mondo in cui vivevano doveva avere la forma di una sfera, e siccome non poteva esistere una voragine nell’oceano,quella storia continuò a sopravvivere solo nei miti e nei racconti dei vecchi lupi di mare.
    Nessuno sa se l’abisso esista davvero, e cosa ci sia, in esso…gli anziani dicono che non è dato all’uomo di saperlo, perché quella è la fine del mondo.
    ________________________________________________________________________________________________

    La leggenda che sto per narrarvi parla di un uomo che, protetto dagli spiriti degli antenati, riuscì a varcare il confine tra i due mondi.
    Di lui rimase solo memoria nelle parole di un vecchissimo marinaio dalla lunga barba bianca, che si trovava sulla stessa nave del gentiluomo quando egli si lasciò cadere in acqua e fu portato verso l’abisso.
    Il gentiluomo scomparve ben presto agli occhi dell’equipaggio, e nessuno sa cosa avvenne di lui. Il suo nome era Lord Tynemouth.

     

    * * *

     L’imponente fregata, solitario puntino in movimento, da dieci giorni e dieci notti scivolava veloce sul mare. La brezza leggera era sufficiente a gonfiare le vele, ma l’acqua appariva calma, come una mistica creatura addormentata che gode dei tiepidi raggi del sole.
    La Valle del Tempo Smarrito e la brughiera erano state lentamente avvolte dalla nebbia, e anche l’alta scogliera era ormai scomparsa dietro la nave.
    “Verso l’orizzonte”: queste parole aveva pronunciato Lord Tynemouth di fronte ai suoi uomini, quando essi gli avevano domandato la rotta da seguire.
    Essi si erano guardati costernati: erano memori delle innumerevoli quanto perigliose imprese attraverso le quali il loro comandante li aveva condotti, ma non erano folli: sapevano di non poter sfidare a tal punto la sorte tanto da voler giungere ai confini del mondo.
    Il gentiluomo non aveva detto più nulla, si era limitato a scrollare le spalle, ma una luce nei suoi occhi -una luce che lasciava comprendere che non vi era un’altra meta possibile- aveva spinto l’equipaggio a fidarsi di lui ancora una volta; Lord Tynemouth sapeva che poteva essere l’ultima, ma allo stesso tempo sperava in cuor suo di non dover sacrificare la vita di quegli uomini, pur avendo la certezza che essi lo avrebbero seguito ovunque.
    Essi non chiesero nulla, né il comandante raccontò: ciò che era successo apparteneva a lui solo, ed egli non voleva svelare il suo segreto -né forse ne aveva il diritto-.
    Il gentiluomo era in piedi sul ponte della sua nave, e teneva lo sguardo fisso davanti a sé, sull’immensa distesa d’acqua che lo circondava.
    Era perso nel labirinto dei suoi pensieri, e le voci dei marinai giungevano come un brusio lontano, che sovrastava appena il ciclico scrosciare delle onde che lambivano lo scafo.
    La sua mente era come sopita, e le sensazioni che provava erano completamente illogiche: all’incontro con lei il suo cuore aveva conosciuto una tempesta che lo aveva scosso fin nei più profondi abissi, ma ora era come se quell’indescrivibile esperienza si stesse dissolvendo, nel suo ricordo.
    Non erano trascorsi che pochi giorni, sembravano mille anni: una cosa sola restava immutabile nella sua memoria, come un’iscrizione sulla pietra: quelle poche, oscure parole che lei gli aveva sussurrato prima di lasciarlo.
     

    Al di là del mare…mi troverai.

     
    Lord Tynemouth sollevò la mano destra, e le sue dita si strinsero sul gioiello che portava al collo: era una piccola croce d’oro, ricoperta di pietre preziose che emanavano colorati e accecanti riflessi quando incontravano il sole.
    Egli chiuse gli occhi, e di nuovo ebbe un moto di sorpresa, quasi di rispetto per un sacro mistero che non poteva comprendere: ogni volta che toccava la croce, come un’onda improvvisa rende incontrollabile un placido fiume così una miriade di pensieri travolgeva la sua mente, riconducendola all’atelier in cima alla torre, alla donna così ancestrale eppure così familiare, alla sua dolcissima voce che a lui, e a lui soltanto, aveva chiesto aiuto.
    Quante volte, durante gli interminabili giorni che sempre più lo allontanavano da lei, egli aveva stretto forte quella piccola croce come unica speranza per poter calmare la sua inquietudine!
    Quando la nebbia aveva celato la brughiera alle sue spalle, il gentiluomo aveva avuto la sensazione che davvero tutto fosse scomparso: sentiva che, se avesse deciso di tornare indietro, si sarebbe smarrito per sempre in una bruma eterna, senza ritrovare mai più Winter Manor.
    L’unica via era di fronte a lui, all’orizzonte di un oceano che si stendeva fin dove l’occhio poteva giungere…Eppure, egli era triste: salpando verso il mare, credeva di scivolare via dall’unico luogo in cui aveva trovato la felicità -o almeno un’illusione di essa-.

    ………………………………………………………………………………………………………………………………

    Una notte, la settima da quando la nave era salpata, qualcosa era cambiato: lord Tynemouth, in preda a un sonno agitato, aveva lasciato la sua cabina ed era salito sul ponte, desideroso di trovare un po’ di quiete nella fresca aria notturna.
    Sopra di lui il cielo stellato era come una barriera che nascondeva realtà troppo grandi per la natura umana: le stelle parevano minuscole finestre da cui filtrava la luce dell’infinito, una luce splendente che appariva viva, pulsante. Questa maestosa cupola naturale scendeva fino a lambire l’acqua, pareva mescolarsi con essa.
    Creature mitiche, conosciute solo attraverso le leggende tramandate, affioravano di tanto in tanto tra le increspature, draghi marini dalle scaglie lucenti che forse nessun uomo aveva mai visto.
    Non vi era altro suono che quello dell’eterno movimento, ma per lord Tynemouth questo era un canto dolcissimo, che calmava la sua angoscia e cullava la sua mente.
    Lentamente, quasi impercettibilmente, le linee dello spazio iniziarono a mutare: l’acqua divenne scintillante, i contorni della nave si dissolsero, le stelle sembrarono farsi più vicine…
    Il gentiluomo mosse qualche passo guardando intorno a sé: era stupito dalla meraviglia di ciò che accadeva, e non vi era alcun timore in lui.
    Camminò con lentezza, come sospeso in una atmosfera onirica, in cui il trascorrere del tempo non aveva importanza.
    Ad un tratto qualcosa prese forma davanti ai suoi occhi: uno specchio a grandezza naturale con una mirabile cornice d’argento modellata in forme sinuose.
    La sua immagine riflessa era sfumata, egli non era neppure certo che fosse lui la figura al di là, in quella dimensione uguale e allo stesso tempo diversa.
    Come seguendo un impulso dettato dal suo cuore, e allo stesso tempo sorpreso di sentire che ciò che accadeva era reale, appoggiò la mano destra sulla superficie lucente.
    Un’abbagliante luce bianca balenò, avvolgendo ogni cosa, e poteva essere il frutto di un tempo eterno come di un solo, inafferrabile istante.
    La luce scomparve, e il gentiluomo non vide più se stesso: un’altra persona stava in piedi di fronte a lui, come un riflesso di lui, ma non lui…
    Erano uno di fronte all’altra, ora, separati solo dallo specchio.
    Egli poteva sentire il calore della mano della donna contro la sua, e sapeva che lei era viva…ma ancora non era giunto il momento perché gli fosse concesso altro che quella fugace illusione.
    Le loro mani unite si strinsero, e quando le loro dita si intrecciarono il gentiluomo ebbe la sensazione di avere trapassato una superficie fredda e soffice: il vetro dello specchio si era come dissolto all’unione dei loro corpi, divenendo null’altro che aria.
    Egli fece ancora un passo in avanti, e lei, come un semplice riflesso, fece lo stesso: erano così vicini, ora, e Tynemouth poteva vedere il suo respiro, percepire l’aura che emanava da quel miraggio così apparentemente reale.

    Lei sorrideva, e le sue labbra si mossero senza che nessun suono fuoriuscisse da esse.
    Il volto di Tynemouth, contratto da un’emozione insostenibile alla vista della donna, si distese in un quieto sorriso, e lacrime di una gioia troppo forte affiorarono ai suoi occhi: ella aveva pronunciato il suo nome!
    Lui chiuse gli occhi e, dentro la sua testa, come in un’eco senza fine, la voce silenziosa di lei giunta ancora una volta a consolarlo.
    Un istante dopo la sua mano si serrò, senza più stringere nulla: con un gemito soffocato si gettò contro lo specchio, che ora non rifletteva altri che lui, e subito ricadde all’indietro, come respinto da una forza invisibile.
    La visione scomparve, e il gentiluomo si ritrovò seduto sul ponte della nave, ansimante e sudato.
    Era stordito da quello che il cielo gli aveva concesso di vedere, ma allo stesso tempo si sentiva commosso: ora il suo animo era finalmente calmo, perché aveva compreso tutto
    Non si stava allontanando da lei, ma stava andando verso di lei…perché lei era là, al di là del mare come gli aveva detto, e lui l’avrebbe trovata!
    Come di fronte a uno specchio, si era lasciato ingannare dai suoi timori, aveva creduto reale la sua paura più grande, ma quella notte lord Tynemouth aveva compreso: le parole di lei erano state una profezia, ma ancor di più una promessa, e soprattutto quella mano stretta sulla sua era per dirgli che mai, neppure nell’ora più buia, avrebbe dovuto cedere al terrore e allo sconforto.

    ………………………………………………………………………………………………………………………………


    "His Way Home" - Parte Seconda

    Il sole, abbagliante semicerchio di fuoco, stava lentamente scivolando nell’acqua, e tingeva ogni cosa con riflessi ambrati.
    L’oceano, colpito dalla luce cangiante del tramonto, era dorato fin nei suoi più profondi abissi dove, in trasparenza, si scorgevano delle rovine.
    Erano resti di edifici maestosi dalle bianche pietre, su cui erano cresciute delle alghe verdissime da cui sbocciavano grandi fiori vermigli.
    L’intero equipaggio si era riversato sul ponte, e gli occhi di ognuno erano spalancati dallo stupore per ciò che vedevano: mai, neppure nelle leggende avevano udito parlare di simili meraviglie.
    Lord Tynemouth guardava con aria rapita quella che appariva come una città incantata, e il suo cuore accelerò i battiti, per assecondare un’emozione che faceva quasi rabbrividire.
    Comprendevano che, pur assomigliando ai templi sacri della loro nazione, quelle rovine non dovevano essere state innalzate da mano umana.
    Essi stavano attraversando un luogo in cui solo le divinità avevano lasciato traccia.
    Lentamente il sole si celò completamente ai loro occhi, e il mondo intorno si fece scuro.
    Lo spettacolo sottomarino scomparve, poiché il mare stava assumendo un diverso colore, un inquietante incontro di blu, verde e nero.
    Così come prima ogni cosa brillava, così ora tutto si riempiva di ombre: nel cielo iniziarono a muoversi enormi nuvole minacciose, quasi messaggere di uno spirito malvagio carico di ostilità verso i navigatori.
    Vi era qualcosa di sovrannaturale nell’atmosfera: una tempesta doveva scatenarsi, ma informi creature nere, poco più che ombre, strisciavano sull’acqua e salivano fino alla nave, passando di fronte agli uomini ed emettendo un lamento angosciante.
    Le onde parevano ora animate di forza propria, e la nave sembrava essere trasportata dalla mano di un gigante che nuotava sotto le acque.
    I marinai erano come impietriti: molte cose avevano conosciuto nei loro viaggi, ma non si erano mai battuti contro le forze della natura che prendevano vita.
    Essi si guardavano l’uno con l’altro incapaci anche di parlare, mentre il vento sferzava i loro volti.
    Tynemouth prese di persona il timone della fregata, ma ben presto si rese conto che non poteva far nulla per mutare la rotta o rallentare a velocità della nave: allora si aggrappò alla balaustra e strinse con forza la piccola croce, per ritrovare il coraggio e la fede.
    Ad un tratto le loro orecchie furono colpite da un rumore scrosciante che si faceva sempre più violento, fino a che non furono costretti a prendersi la testa tra le mani per evitare che quel boato entrasse nelle loro menti e le spaccasse.
    All’improvviso una delle vedette che si trovava ancora sul pennone più alto lanciò un urlo di terrore, subito soffocato dal tremendo schianto di un tuono.
    Un lampo attraversò tutto il cielo e rimase per qualche istante immobile, come a voler mostrare a quei marinai tutta la loro follia: di fronte a loro si estendeva la fine del mondo.

    ……………………………………………………………………………………………………………………………....

    La luce metallica che squarciò improvvisamente il cielo mostrò ai marinai la fine del mondo.
    L’equipaggio conosceva quei luoghi solo attraverso le leggende, ma l’immaginazione di nessun uomo avrebbe mai potuto giungere così lontano.
    L’abisso di fronte a loro doveva essere una delle ferite lasciate sulla terra da una guerra tra divinità condotta in un mitico passato, quando ancora il mondo non era che un immenso mare e nulla era stato creato.
    L’oceano stesso si gettava in una voragine di enormi dimensioni, e l’acqua cadeva in grandissime cascate, la cui altezza doveva essere di diverse centinaia di miglia.
    Di fronte al ciglio dell’abisso giungevano gli spruzzi causati dalle cascate, sotto forma di una muraglia d’acqua che impediva di vedere al di là.
    Un altro oceano poteva trovarsi dall’altra parte della spaccatura, o un intero mondo nelle sue profondità, ma forse non vi era altro che il vuoto.
    La tempesta si abbatteva ora sulla nave, minuscolo e impotente pulviscolo al centro di un’incontrollabile e furioso movimento.
    Gli uomini si aggrappavano disperatamente alle corde e all’albero maestro, per non venire travolti dai flutti che si abbattevano sul ponte; essi non potevano neppure tentare di governare l’imbarcazione, perché quell’uragano era troppo forte.
    I marinai non avevano avuto tempo di rifugiarsi sottocoperta, e ora lasciare i loro appigli significava la morte.
    La fregata, che seguiva il repentino flusso delle onde, veniva portata in alto e poi fatta ricadere con violenza: il cielo si era fatto completamente buio, ma i fulmini che laceravano la notte lasciavano scorgere con chiarezza cosa accadeva in quell’inferno d’acqua.
    Essi videro, e chiusero gli occhi, e il loro grido disperato fu portato via dal vento e dal fragore.
    La nave stava per cadere nell’abisso!

    ……………………………………………………………………………………………………………………………....

    Il mare sembrava una gigantesca creatura mitologica sconvolta dall’ira: con i suoi flutti, possenti come le urla di rabbia di un colosso, pareva voler distruggere quei folli mortali che avevano mostrato la presunzione di potersi avvicinare a quel luogo primordiale.
    La nave, sballottata dalle onde impazzite, si stava dirigendo pericolosamente verso le cascate, e non vi sarebbe stato scampo se fosse caduta nel baratro.
    Lord Tynemouth era avvinghiato con tutto il corpo alla balaustra del ponte: il terrore gli offuscava la mente, la sua ragione era come pietrificata.
    No, non poteva essere questo il prezzo da pagare: il sacrificio di coloro che più gli erano stati fedeli valeva forse il suo desiderio più grande?
    Il gentiluomo ebbe la vista annebbiata, per un istante, ma non era il vento, né la pioggia, ne l’acqua dell’oceano…era il silenzioso e disperato grido di dolore per una promessa non mantenuta, per un’illusione frantumata, per un sogno infranto!
    Egli mosse la testa, e vide il suo equipaggio che lottava disperatamente per evitare un destino che di lì a poco sarebbe stato inesorabile.
    Alcuni marinai incrociarono il suo sguardo, ma nessuno di loro sembrava odiarlo o considerarlo la causa di ciò che stava accadendo. Avevano sempre avuto rispetto per il valore del loro comandante, quasi un affetto, e anche ora essi conservavano in lui una fiducia incrollabile: nei loro occhi brillava la speranza che il capitano sarebbe riuscito a salvare le loro vite, a dispetto di qualunque forza naturale che avesse cercato di opporsi a lui. Essi si fidavano, sapevano che non li avrebbe condotti alla morte per un capriccio.
    Tynemouth lesse tutto questo nei loro volti spaventati, e allora si vergognò della sua debolezza.
    Quei marinai lo avevano sempre servito con fedeltà e coraggio, ed egli si era servito delle loro vite per cercare di soddisfare il suo egoismo!
    Le lacrime tornarono improvvise, ma il gentiluomo le ricacciò indietro: come in una visione vide lei che, avvolta da un’aura bianchissima, gli tendeva la mano.
    La croce che aveva al collo emise un bagliore: come per un incantesimo, ogni cosa intorno rallentò, quasi fino a fermarsi.
    La pioggia divenne una finissima polvere di stelle, il vento si fermò e l’acqua intorno si fece calma e si tinse d’argento.
    Tynemouth sentì un improvviso calore sul suo corpo, mentre il piccolo gioiello pulsava, animato da un’essenza interiore.
    I marinai si guardarono intorno con profondo stupore, ma non osarono lasciare i loro appigli per timore che l’oceano avesse concesso loro solo una tregua temporanea.
    Il capitano si staccò lentamente dalla balaustra, e fece qualche passo verso i suoi uomini.
    Egli disse loro qualcosa, ma essi non percepirono alcun suono.
    Videro solo che il viso del loro comandante era calmo e sorridente mentre parlava, ed egli stringeva la croce che gli avevano sempre visto indosso fin dal giorno della partenza, e che ora brillava di luce propria.
    Lord Tynemouth tacque, e nei suoi occhi vi era un’immensa riconoscenza per coloro che lo avevano aiutato a raggiungere quel luogo leggendario.
    Egli chinò brevemente il capo: li stava salutando!

    ………………………………………………………………………………………………………………………………

    Il tempo si era cristallizzato in una magica atmosfera, e ogni cosa intorno sembrava lucente e viva.
    Le alte onde e la furia dell’uragano sembravano appartenere a un lontano passato, e il rumore del mare sembrava liberare una musica leggera e armoniosa, note tratte da un’arpa accarezzata da una fata dell’acqua.
    Lord Tynemouth rivolse al suo equipaggio poche parole, ma esse erano sufficienti per esprimere ciò che egli aveva nel cuore.
    In qualche modo essi udirono.
    Il gentiluomo chinò la testa, e quando rivolse a loro un ultimo sguardo essi videro che lui piangeva: ma erano lacrime di gioia, che raccontavano più di infinite parole.
    Lord Tynemouth si girò lentamente (o almeno così parve: era un’atmosfera incantata in cui il tempo e lo spazio non avevano più ragione d’essere), e mosse qualche passo verso una parte della balaustra che era stata spaccata dalla tempesta.
    Egli corse, e si tuffò nel vuoto: cadde nell’oceano, e le onde lo accolsero tra le loro braccia, e lo portarono via dolcemente.
    I marinai corsero uno dopo l’altro sui lati della fregata, e si accorsero che la fine del mondo era ben visibile di fronte a loro, sebbene il ruggito delle cascate fosse scomparso.
    Essi videro il loro capitano avvicinarsi al confine e poi scomparire dentro l’abisso: allora si portarono le dita alla fronte per salutarlo a loro volta.
    Era il loro addio!
    Improvvisamente, tutto mutò.
    La fregata stava ora navigando sull’oceano, le onde lambivano il suo scafo e il cielo era sereno e pieno di stelle sopra di loro; una brezza gentile gonfiava le bianche vele, e la luna piena illuminava la strada.
    La fine del mondo era scomparsa, così come la tempesta, il vento, il fragore, la pioggia di stelle e l’acqua d’argento.
    Restava solo un placido mare che si estendeva immenso fino all’orizzonte, e non vi era abisso in cui l’acqua poteva cadere.
    I marinai avrebbero potuto pensare che fosse stato null’altro che un sogno, ma comprendevano che non era così: il loro capitano era scomparso.
    Ad un tratto nelle loro menti risuonò l’eco di una voce familiare.

    Io devo andare…non cercatemi, non credo che potreste trovarmi…vi ringrazio per ogni cosa, vi devo la mia felicità…e, non preoccupatevi per me,  io starò bene…dopotutto, questa è la mia strada per casa.
     

    * * *

     Questa è la leggenda. Il vecchio marinaio narra instancabile con voce sommessa, e parla con affetto del suo antico comandante. Egli non nasconde di essersi domandato molte volte che cosa il suo signore possa aver trovato sul fondo della cascata.
    Spera che lord Tynemouth sia riuscito davvero a trovare la felicità che gli si leggeva negli occhi quando la forza della sua piccola croce d’oro aveva calmato la furia dello spirito degli oceani.

    "His Way Home" - Parte Terza

    Lord Tynemouth corse sul ponte della fregata e si gettò nell’oceano.
    Egli fu sorpreso quando il suo corpo venne in contatto con il liquido argenteo: esso non era bagnato, né umido, ma era quasi tiepido e incredibilmente morbido e vellutato.
    Emanava un gradevolissimo profumo di fiori selvatici che cullava i sensi, e il gentiluomo si sentiva come avvolto da grandi e soffici braccia che l’avrebbero protetto fino alla meta.
    Chiuse gli occhi quando si vide sul ciglio dell’abisso, e poi sentì che cadeva…
    Fu una discesa innaturale, come se l’acqua stessa si fosse impigrita e avesse voluto rallentare la sua corsa.
    Si udiva solo un leggero scroscio, come una piccola cascata in un ruscello.
    La luce si affievoliva impercettibilmente, fin quando non divenne altro che un bagliore soffuso.
    Nulla si vedeva, se non un chiarore argentato che sembrava illuminare ogni punto in cui il gentiluomo passava per poi spegnersi subito dopo.
    Tynemouth aveva perso la percezione del suo corpo, perché nulla lasciava distinguere l’alto dal basso, la destra dalla sinistra, ed egli non capiva neppure se davvero stava cadendo, oppure se ogni cosa fosse all’improvviso divenuta immobile.
    Passò il tempo, ma se erano stati istanti oppure secoli, questo non si sarebbe potuto indovinare.
    Il gentiluomo fece uno sforzo per muoversi, si strinse le braccia intorno alle gambe e nascose il viso contro le ginocchia. Così rannicchiato chiuse gli occhi, poiché la sua mente non poteva sostenere l’infinito del tempo e dello spazio, e i suoi sensi lo abbandonarono.

    ………………………………………………………………………………………………………………………………

    L’aria era fresca, e l’erba brillava per la rugiada del mattino.
    Lord Tynemouth socchiuse gli occhi, e rimase immobile: realizzò di essere disteso su un fianco, e i raggi del sole scaldavano il suo corpo lasciando una gradevole sensazione.
    Sentiva di aver riposato molto a lungo, in un luogo senza suoni né colori, ma ora provava il desiderio di muoversi.
    Per qualche istante non pensò a null’altro, ma subito le tracce di ciò che era stato rifluirono nella sua memoria, ed egli ebbe un brivido.
    Fu solo dopo qualche minuto che riuscì a riordinare i ricordi, e capì allora che la calma che si era sprigionata quando la croce aveva brillato doveva aver salvato le vite dei marinai.
    Era lui che voleva giungere al di là, e il mare gli aveva concesso l’onore di attraversare il confine.
    Tynemouth ricordò la preghiera pronunciata nella cappella di Winter Manor, e comprese che era stata proprio l’intercessione dei suoi antenati a proteggerlo fino ad allora.
    Comprendeva solo adesso che la tempesta non era stata una punizione divina: essa aveva messo alla prova il suo cuore, per vedere quanto lontano egli sarebbe stato disposto a spingersi per compiere una tacita promessa.
    Egli respirò il profumo del prato che gli sfiorava il viso, poi si fece forza sulle braccia e si sollevò a sedere: ancora una volta si mosse con estrema lentezza, come se avesse timore di disturbare la quiete di quel luogo incantato.
    Il gentiluomo si guardò intorno: era in una radura piena di fiori, e in centro vi era un albero secolare, che si ergeva splendido e maestoso.
    In alto si scorgevano sprazzi di cielo d’un azzurro primaverile, e ogni creatura era illuminata dolcemente dal sole del mattino.
    Un ruscello scorreva placidamente non lontano da lì, lasciando udire il suo gorgoglio, unico rumore insieme al canto dei molti uccelli nascosti tra i rami.
    L’uomo si alzò in piedi e mosse qualche passo, ma si arrestò quasi subito: vi erano due strade, quale direzione avrebbe dovuto prendere?
    Ristette per un momento schermandosi gli occhi con la mano, infine si voltò: era la direzione verso la quale lui aveva guardato quando si era svegliato.
    Non vi era sentiero, ma sapeva che quella doveva essere la via da seguire.
    Lord Tynemouth abbassò lo sguardo e racchiuse la piccola croce d’oro nella sua mano: essa lo aveva già guidato una volta, in un altro bosco incantato, ed egli doveva ancora una volta fidarsi di quel gioiello…e di lei.
    Rialzò la testa e si incamminò: uscì dalla radura e si diresse sempre davanti a lui, senza compiere alcuna deviazione.
    Il bosco diveniva più folto, e il sole lacerava il suo manto dorato nel tentativo di passare attraverso le folte chiome degli alberi.
    Il gentiluomo camminava lentamente, ma senza fermarsi: più di una volta gli parve di udire dei sussurri che aleggiavano intorno a lui, ma con sua sorpresa non provò alcun timore.
    Era come se le creature inanimate di quel luogo si fossero risvegliate da un lungo sonno al passaggio dell’uomo, e ora commentassero l’arrivo di quell’inatteso visitatore.
    Lord Tynemouth fu colpito più di una volta dall’impressione di aver già camminato tra quegli alberi, ma sempre aveva scosso il capo: non poteva essere qualcosa di reale, doveva trattarsi solo di una sensazione.
    Immerso in molti pensieri, non si rese conto che il bosco tornava a farsi luminoso, e fu un grande stupore quando di fronte ai suoi occhi si spalancò la brughiera.
    Eriche e felci coprivano la terra fin dove lo sguardo poteva giungere, e verso ovest un fiume tagliava la campagna, per gettarsi nel mare che si scorgeva in lontananza.
    Il gentiluomo guardò l’immensa distesa fiorita che si stendeva davanti a lui: non vi era essere vivente che avrebbe potuto indicargli la strada…Ma dopotutto, qual era la direzione che avrebbe dovuto farsi indicare? Egli stesso non sapeva dove andare.
    Lord Tynemouth fu assalito da una stanchezza improvvisa, tuttavia camminò ancora per un po’, fino a quando non scorse una grossa roccia ricoperta di muschio.
    Sedette, lasciandosi quasi cadere con tutto il suo peso, e si prese la testa tra le mani.
    Pianse a lungo: non si curò delle lacrime che gli scorrevano sul viso, non gli importava del fatto che il capo iniziasse a dolere.

    Se si fosse addormentato ancora una volta, una volta soltanto, per non svegliarsi mai più…era questo ciò che desiderava, poter sfuggire a un’illusione che lo aveva condotto troppo lontano da casa…

    ………………………………………………………………………………………………………………………………

    CASA!
    Lord Tynemouth balzò in piedi: nel momento stesso in cui aveva pensato a Winter Manor, ogni cosa era improvvisamente divenuta chiara, ogni sensazione trovava una ragion d’essere.
    Il masso su cui sedeva, non aveva forse ascoltato il suo pianto silenzioso in un giorno d’inverno?
    E quel bosco, non aveva forse udito la sua corsa concitata in mezzo alla neve?
    E quella radura, non era forse la stessa in cui…?
    Il gentiluomo scosse la testa, come a voler ordinare il vortice di idee che la sua mente stava creando: non poteva essere la stessa radura, perché nell’altra non vi era che lo scheletro di un albero ormai secco!
    Il respiro era affannoso, e il suo cuore batteva più forte: l’intuizione che egli aveva intravisto in fondo al suo cuore andava al di là di ogni logica, ma se solo fosse stata vera…

    Al di là del mare…mi troverai.

     
    L’eco di quelle parole ritornò ancora…così era stato…al di là del mare lui era giunto, aveva sfidato il mare stesso per tornare da lei

    No, non solo il mare…egli aveva sfidato il tempo e lo spazio, e a lui solo era stato concesso questo privilegio…unico essere umano ad aver attraversato il confine del mondo che era anche il confine delle età…
    Egli era stato lasciato passare, per il suo coraggio, per la sua devozione, per il suo sacrificio!
    Laggiù, in cima a una collina, il sole ormai alto aveva svelato una sagoma bianca: era una grande dimora, era Winter Manor!
    Il gentiluomo sussultò quando si sentì sfiorare il braccio, ma rimase immobile.

    Sei venuto.

     Queste parole risuonarono nella sua mente…no, non nella sua mente! Questa volta aveva udito con gli umani sensi!
    Lord Tynemouth sorrise, e il suo cuore ora si inondava di un’emozione troppo grande per essere raccontata.
    Strinse tra le dita il mirabile gioiello e si voltò lentamente.


    FINE




    Questo racconto è stato scritto da me, vi prego di non copiarlo o riportarlo in altre pagine web senza il mio consenso. Grazie.



    La Leggenda di Winter Manor - Parte Prima

    Questo è un racconto che ho composto io. Vi prego di non copiarlo o di spacciarlo per vostro, rispettate la mia vena creativa. Grazie da Laura!

    La Leggenda di Winter Manor


    Lo ieri dell'uomo non può mai somigliare
    al suo domani; nulla può durare tranne
    la mutabilità.
                                    Percy Bysshe Shelley


    La nebbia era comparsa, e si era stesa in fretta sulla vallata, coprendo ogni cosa.
    L’aria stessa era pregna di umidità, e ad ogni passo pareva che nulla potesse esistere oltre quella barriera fredda e densa, eppure così sfuggevole.
    Regnava una grande quiete, e nulla disturbava il silenzio che si era creato, come se ogni cosa fosse stata soffocata da una coltre di ghiaccio.
    Gli alberi spogli della Foresta Bianca sembravano piegarsi già sotto il peso di una nevicata che sembrava prossima, e la luna, che quella notte si mostrava completamente agli occhi dei mortali, si affacciava ogni tanto tra i brandelli di nuvole scure.
    L’imponente ombra scura di Winter Manor si intravedeva appena nella fitta foschia, e le quattro torri sugli angoli sembravano sentinelle immobili nel buio.
    La dimora apparteneva da tempo immemorabile ai signori della Valle del Tempo Smarrito, com’era chiamato quel luogo quasi ai confini del mondo, e dominava il paesaggio da un’altura vicino al fiume.
    L’ultimo discendente dei Tynemouth sedeva nel vano della finestra di una sontuosa camera da letto del primo piano, e lasciava che i suoi sensi affogassero lentamente nell’oscurità di fuori: il gentiluomo fumava un sigaro che riempiva l’aria di un piacevole aroma speziato, e sembrava non curarsi del tempo che passava.
    Egli immaginava, senza vederla, la brughiera che si stendeva oltre la Foresta, fin dove l’occhio poteva arrivare, e l’immensa distesa brulla si confondeva nei suoi pensieri confusi con la visione del mare, infinito e inafferrabile luogo di eterno movimento.
    Lord Tynemouth aveva trascorso lungo tempo in mari lontani e inospitali, combattendo contro pericoli di ogni sorta: aveva affrontato feroci pirati e serpenti marini, si era spinto dove nessun altro aveva osato, con una nave armata e una ciurma di marinai fedeli e coraggiosi.
    Egli era passato attraverso tutto questo, ma adesso si sentiva oppresso da una strana stanchezza, che gli faceva apparire anche le più terribili prove affrontate sotto una luce opaca. Si sentiva soffocato dalla solitudine, uno stato d’animo che neppure le accorate manifestazioni d’affetto dei suoi marinai erano valse a dissipare.
    Era stato un triste addio, quando le vele della nave erano scomparse pian piano sotto l’orizzonte, e Tynemouth vi aveva ripensato spesso nel solitario viaggio a cavallo attraverso la Valle: tuttavia non aveva rimpianti per quella separazione, poiché gli sembrava ora che tutte le cose avessero perso il loro senso.
    Il gentiluomo ebbe un brivido e si mosse come una persona che si risveglia di soprassalto da un sogno: lontano, nella brughiera, la campana di qualche minuscola chiesa aveva suonato dodici rintocchi, che riecheggiavano lugubri in quell’atmosfera onirica.
    Tynemouth si mosse piano, il corpo e la mente in preda a un torpore difficile da rifuggire, e vacillando raggiunse il letto: vi si lasciò cadere quasi di peso, chiuse gli occhi e sprofondò immediatamente in un dormiveglia popolato da strane creature evanescenti, immagini del suo passato e di ciò che avrebbe potuto essere e non era stato.
    Si sollevò all’improvviso con un gemito, mentre il suo cuore stesso, battendo sempre più in fretta, sembrava soffocarlo: aveva dormito un istante, un’ora, un giorno…chi avrebbe potuto dirlo?
    La candela che prima ardeva adesso era completamente consumata, ma la luna non pareva essersi spostata molto nel cielo nuvoloso, e il suo raggio creava incerti riflessi argentati sulle figure fantastiche scolpite su un armadio: le fate e gli elfi, semplici creazioni di un abile artigiano, sembravano prendere vita sotto quella luce bianca e penetrante.
    Tynemouth si diresse verso la porta, e appoggiò una mano sulla maniglia prima di fermarsi: era come se mani invisibili volessero spingerlo fuori, nel freddo corridoio di pietra, verso una presenza sconosciuta e terribile.
    Uscì, quasi si scagliò fuori dalla stanza, come se l’aria di quel luogo fosse per lui troppo opprimente, e attraversò di corsa i corridoi e le scale fino all’entrata della torre: salì in fretta, senza curarsi del pericolo costituito dagli scalini troppo stretti e umidi, e giunse in cima.
    Non era mai stato lassù, eppure quel luogo gli appariva stranamente familiare: vi erano cavalletti da pittore con quadri ricoperti da teli bianchi, alcuni libri antichi ammucchiati uno sopra l’altro e un’enorme testa scolpita nella pietra e abbandonata sul pavimento.
    Il gentiluomo si mosse attraverso quei frammenti di memoria, consapevole di disturbare una quiete che durava da anni, forse secoli. Le ragnatele e la polvere stessa sembravano appartenere al passato.
    L’aria era ghiacciata, poiché il vetro di una delle due finestre era frantumato, e la nebbia sembrava essere strisciata anche lì.
    Appoggiò una mano sulla piccola balaustra, sentendo qualche granello di pietra cedere sotto la sua pressione e cadere nel vuoto, e fissò ancora una volta lo sguardo nel mondo di fuori, che dall’alto appariva ancora più spaventoso: se quello spazio informe l’avesse inghiottito, era certo che non avrebbe trovato mai più la via del ritorno.
    Era come se fosse sull’orlo di un abisso di cui non si poteva raggiungere il fondo, e si costrinse ad allontanarsi dalla finestra, indietreggiando in quello che doveva essere stato l’atelier di un artista.
    Tynemouth chiuse gli occhi riflettendo sulle emozioni contrastanti che avevano scosso il suo animo nel più profondo: sembrava che qualcosa di straordinario stesse accadendo, eppure quella casa non aveva mai avuto segreti per lui, che vi aveva trascorso i primi anni della sua infanzia…o forse allora non poteva capire…
    Ad un tratto il gentiluomo si rese conto di non essere solo: una presenza si era come formata in quella stanza, e lui poteva “sentirla”.
    Si volse lentamente, sorprendendosi di non provare nulla di simile alla paura, e la vide.
    Una donna vestita di un abito bianco stava in piedi sulla soglia della stanza: i suoi lunghi capelli corvini ondeggiavano lievemente scossi da un’invisibile brezza, e il suo sorriso era colmo di malinconia.
    L’uomo rimase immobile: temeva che anche un impercettibile movimento avrebbe fatto svanire quella figura, e lui non voleva perderla: gli pareva che tutte le meraviglie che aveva visto nei suoi viaggi perdessero di significato al confronto con LEI.
    Non vi era logica umana che avrebbe potuto spiegare quell’incontro, dove ogni cosa sembrava fluttuare: l’atelier stesso appariva come un’isola che si era divisa dal resto della dimora, e ora galleggiava in un luogo fuori dal tempo e dello spazio.
    Fu un rintocco di campana che spezzò l’incanto: il suono produsse un’eco quasi assordante nel silenzio, ma Tynemouth, come spinto da una forza sovrannaturale, si gettò verso di lei, che per una attimo gli tese la mano destra, una mano bianca come l’avorio.

    Fu come toccare una nebbia densa e umida, e poi cadere in un baratro senza fondo, mentre la figura si dissolveva, come se non fosse mai esistita.

    * * *


    La Leggenda di Winter Manor - Parte Seconda

    La neve era caduta in abbondanza nelle ultime ore della notte, e tutta la Valle del Tempo Smarrito era immersa in un sognante silenzio, mentre fiocchi leggeri cadevano ancora con minore intensità.
    Lord Tynemouth, in sella a un possente cavallo nero dalla folta criniera e dal pelo lungo, attraversava le sue terre, deciso a spingersi nella brughiera che tanto gli ricordava le immensità dell’oceano.
    Lo stallone si muoveva a fatica nella neve morbida, le froge fumanti e gli occhi bassi, ma il suo cavaliere non lo spronava: quel passo lento si accordava perfettamente con la sua volontà di riflettere.
    Quando si era svegliato si era ritrovato ai piedi della stretta scala che conduceva alla torre: doveva essere sceso come in un sogno, e poi le forze lo avevano abbandonato prima che potesse raggiungere la sua camera da letto.
    Era trascorso un po’ di tempo prima che la sua mente intorpidita riuscisse a ricostruire con sufficiente lucidità ciò che era avvenuto la notte precedente: nonostante tutto quella visione sembrava comunque avvolta da un alone di insondabile mistero.
    Ricordava solo ora una leggenda che aveva sentito raccontare, quand’era un bambino, dalla voce rauca di una vecchissima balia.

    Tanto tempo fa, il signore di questa dimora aveva una figlia.
    Era una ragazza bellissima, e i suoi capelli erano neri come la notte,
    e il suo viso era chiaro come l’avorio.
    Una cosa ella amava sopra tutte le altre: cavalcare da sola nella brughiera
    e nella Foresta Bianca, dove si sentiva libera.
    Un giorno la giovane donna fu sorpresa da una terribile bufera di neve:
    Il suo cavallo cadde, ed ella cominciò a vagare, vagare, vagare…
    Era un labirinto bianco e freddo, e lei non riusciva a trovare l’uscita…
    Nessuno la rivide mai più, ma si narra che ogni cento anni,
    nelle notti di plenilunio, ella appare agli abitanti di Winter Manor…

    Il gentiluomo ricordò le ultime parole dell’anziana narratrice: tutti coloro che si erano trovati dinnanzi allo spettro erano stati colti da un terrore indicibile, ed erano caduti a terra come morti. Quando si riprendevano, erano soli, e la loro vita rimaneva segnata in modo terribile da quell’incontro. Tutti loro avevano trascorso il tempo che era dato ancora da vivere afflitti da un’angoscia senza nome. Gli anni passavano inesorabili, e nessuno era stato in grado di comprendere ciò che la visione voleva dire.
    Tynemouth, che era ormai giunto al limite della Foresta, si arrestò tirando le redini: la brughiera si stendeva in una luce quasi abbagliante, mentre all’orizzonte il cielo e la terra si confondevano in un unico turbinio di fiocchi.
    Scese dal cavallo e sedette su un masso, incurante di bagnarsi il mantello di pelliccia: nascose il volto tra le mani e scoppiò in lacrime, un pianto silenzioso e angosciato, il cuore in pezzi e i pensieri sconvolti.
    Lui non aveva avuto paura, ne era sicuro, ma al contrario avrebbe voluto stringere tra le braccia quella donna, per confortarla e cancellare dal suo viso quella tristezza che spingeva alle lacrime…ma se n’era andata, ormai, poiché ancora una volta il mortale al quale era apparsa non era stato in grado di risponderle…
    “Non la vedrò mai più…non la vedrò mai più”: era questo l’unico pensiero a cui un animo annientato dal dolore riusciva a dare forma.
    A stento Lord Tynemouth si rese conto del freddo che penetrava insidioso nel suo corpo: il cavallo, dopo aver atteso pazientemente e a lungo, agitò la testa per liberarsi dal sottile strato di neve ed emise un nitrito per richiamare alla realtà il suo cavaliere, che si alzò a fatica con un sorriso spento sulle labbra quasi livide.
    Oh, erano bastati solo due giorni per comprendere perché quella Valle solitaria portasse proprio quel nome: si poteva restare imprigionati in un sogno senza tempo, la mente svuotata, i sensi sospesi in una dimensione non terrena…si poteva morire, e non accorgersi di nulla…
    Il cappuccio tirato fino sugli occhi, le gote arrossate e rigate di lacrime, il corpo curvo sotto il peso di un rimorso troppo pesante, il gentiluomo condusse il cavallo -o si lasciò condurre da esso- sulla via del ritorno, desiderando solo una fiamma calda per riscaldare almeno il suo corpo: sapeva infatti che non avrebbe più potuto trovare conforto per il cuore.

    * * *

    Il giorno si trascinava verso il crepuscolo, ma per Lord Tynemouth tutto accadeva come in un sogno.
    Il tempo sembrava essersi fermato, come se quella bianca coltre avesse avuto il potere di rendere ogni cosa simile a una statua di ghiaccio.
    I pensieri del gentiluomo erano tutti tesi verso un’unica visione che continuava con insistenza a riaffacciarsi alla sua mente.
    Egli sedeva accanto al caminetto acceso e adesso, per la prima volta, aveva paura: il suo corpo stesso era scosso da brividi che non erano di freddo, ma di un’insensata angoscia.
    Non avrebbe mai dimenticato, non poteva dimenticare, egli lo sapeva: avrebbe ricordato per sempre, e per sempre avrebbe sofferto per non aver saputo comprendere.
    La notte lo sorprese di fronte al fuoco morente del caminetto, la sua mente troppo stanca per poter fare qualunque cosa: era come se le cose avessero ritrovato il loro senso per poi perderlo subito dopo, quel significato che si era dissolto insieme all’evanescente figura della torre.
    E fu di nuovo mezzanotte, ma ora il gentiluomo non aveva più il desiderio di scivolare nell’oscurità di fuori.
    Sarebbe rimasto lì…e il tempo era stato smarrito…e ogni sensazione appariva vuota…come un albero cavo e secco…
    Ebbe un sussulto, senza conoscerne il motivo: accadeva di nuovo, mani invisibili che lo esortavano a non abbandonarsi, a reagire.
    Attraverso il freddo corridoio di pietra, su per lo scalone, davanti alla porta della torre: l’uomo la spalancò, il legno umido sotto le dita, e salì ancora una volta.
    Perché tornava in quel luogo di antiche memorie, non poteva dirlo, eppure i suoi passi erano decisi: l’atelier si presentò ai suoi occhi come la sera precedente, ed egli giunse fino al centro della stanza.
    Qui si fermò: non voleva guardare ciò che c’era oltre la finestra, perché sapeva che quell’abisso oscuro avrebbe gettato il suo cuore in un’angoscia più profonda di quella che egli stava cercando di allontanare da sé.
    Tutto era immobile: Tynemouth fissava qualcosa che andava al di là della ragione umana...
    Era un’illusione, era qualcosa che non poteva accadere…Ma se fosse accaduto!...
    Quante volte si era smarrito nei meandri di “ciò che avrebbe potuto essere se…”, consapevole che era solo un modo per rifuggire al tempo presente, e anche ora la sua mente vagava in quel labirinto…
    Un brivido lo scosse, poiché una presenza aleggiava in quella stanza…una morsa gli strinse il cuore…
    Trascorsero alcuni istanti che parvero un’eternità, prima che lui potesse trovare il coraggio di guardare…non voleva perderla ancora…
    Si mosse con estrema lentezza, tenendo gli occhi socchiusi e fissi sul pavimento di legno: infine guardò, e vide.
    Aveva violato tutte le regole, era tornata di nuovo…per lui…solo per questo lei c’era…
    Un passo incerto, il cuore stretto in una gioia troppo forte da sostenere senza vacillare…
    Il gentiluomo continuava a muoversi come sospeso nell’acqua, i suoi occhi su quel viso di alabastro illuminato dal triste sorriso…
    E furono una cosa sola, stretti in un abbraccio che doveva perdersi nell’eternità…
    Tynemouth sentiva le lacrime inondargli il volto, affondato nella morbida chioma corvina; quella visione era calda, confortante, e intorno a lei aleggiava un delicato profumo di fiori selvatici; non c’era niente di spettrale o spaventoso.
    Rimasero a lungo avvinghiati, e poi il loro abbraccio si sciolse lentamente.
    Il viso di Lord Tynemouth ebbe un moto di angoscia: “Non andare via!”.
    Lei gli sfiorò la guancia, in risposta a quella preghiera silenziosa che gli aveva letto nel profondo del cuore: sorrideva, e il suo viso non era più così triste come la prima volta.
    “Cercami nella Foresta Bianca…nascosta nell’albero cavo… Vieni…e trovami…”: era la voce più dolce che il gentiluomo avesse mai udito, e le parole produssero una strana eco, che si mosse a lungo tra le pareti dell’atelier prima di scomparire completamente.
    Quando si riscosse era solo: il profumo persisteva ancora intorno a lui, e se chiudeva gli occhi poteva sentire il calore dell’esile corpo stretto contro il suo, ma soprattutto era certo di una cosa: l’avrebbe vista ancora, anche solo per una volta, perché doveva fare qualcosa per lei…
    Subito cadde in ginocchio, e poi a terra, assalito da un pensiero insidioso: quanti alberi cavi c’erano nella foresta? E che cosa doveva cercare?
    L’angoscia si impadronì di lui ancora una volta, poiché non sapeva come avrebbe potuto esaudire la richiesta della giovane donna.

    Raggiunse la sua camera da letto tormentato da questa paura, temendo di non riuscire a liberarsene, ma una potenza superiore a tutto quello che si può pensare gli concesse il dono di un sonno profondo, popolato da sogni in cui Tynemouth galleggiava senza preoccupazione alcuna in un tiepido liquido cristallino.

    * * *

    La Leggenda di Winter Manor - Parte Terza

    Ancora una volta, come se davvero il tempo avesse smarrito se stesso, il gentiluomo si ritrovò a vagare a cavallo attraverso la misteriosa Valle.
    Con l’avvento di un nuovo giorno, anche la sua mente agitata aveva trovato un po’ di riposo, illuminata da un solo, nuovo pensiero: se lei era apparsa di nuovo, se lei gli aveva lasciato il ricordo di un dolcissimo abbraccio, se lei gli aveva parlato, allora lui avrebbe trovato il modo di realizzare la sua ricerca.
    Aveva nevicato ancora durante la notte, ma adesso un pallido sole si affacciava a tratti attraverso le nuvole, e creava un forte riverbero sulla bianca distesa.
    I rami spogli delle piante si erano trasformati per incanto in leggiadre sculture di ghiaccio, che luccicavano di riflessi argentati, e le foglie secche formavano sul terreno un tappeto scricchiolante sotto gli zoccoli dell’animale.
    Era uno strano contrasto l’immagine di quel gentiluomo incappucciato in un lungo mantello di pelliccia rosso scuro, in sella a un cavallo nero come la notte, unica cosa in movimento in uno scenario immobile, quasi innaturale.
    Tynemouth conduceva il suo destriero avendo cura di tenere il sole alla sua destra, senza conoscerne il motivo: si stava addentrando nel profondo della Foresta Bianca, verso il punto più interno e nascosto.
    La vegetazione si faceva mano a mano più fitta, l’intrico dei rami era più difficile da superare, e a un certo punto il cavaliere fu costretto a smontare e proseguire a piedi.
    Si mosse a fatica, affondando quasi fino alle ginocchia nella neve molle, ma non cedette: era quasi giunto a destinazione, ne era sicuro.
    Non conosceva quella parte della Foresta, e probabilmente nessuno si era mai spinto fin lì, tranne la sua antenata secoli addietro; ciò che la vecchia balia aveva aggiunto dopo il termine del suo racconto era che nessuno voleva più andare nella Foresta, per tema di trovarsi di fronte allo spirito vagante di colei che da quel luogo non aveva fatto ritorno.
    Lord Tynemouth si sorprese di sentire tanta quiete invadere il suo animo: fu come se il suo cuore fosse stato liberato da un peso insostenibile quando giunse a un minuscolo spiazzo libero dagli alberi.
    Era come una sfera di cristallo astratta dallo spazio e dal tempo, un luogo dove una rosa selvatica aveva il potere di fiorire in mezzo alla neve.
    Il gentiluomo si avvicinò all’albero cavo che cresceva proprio al centro della piccola radura: era un enorme tronco di una pianta secolare ormai morta, con un grosso buco su un lato.
    Tynemouth, il respiro affannoso per il freddo tagliente e per le lacrime che cercava di trattenere, vinto dalla commozione e dalla gioia, avvicinò il volto a una di quelle rose rosa screziate di giallo, e lasciò che i suoi sensi annegassero per un instante in quel dolcissimo profumo che l’aveva accompagnato fino a quel luogo.
    Si staccò lentamente dal cespuglio fiorito ed entrò nella cavità, ripetendo la disperata ricerca di salvezza che aveva spinto la sua ava a compiere quello stesso gesto.
    Cadde in ginocchio quando la vide: una piccola croce d’oro tempestata di pietre preziose, ancora legata a una sottile catenella, anch’essa d’oro purissimo.
    Era come se l’albero stesso avesse custodito con cura quel gioiello attraverso i secoli, in attesa di qualcuno che infine fosse giunto; quella stessa creatura silvana che aveva visto una creatura umana addormentarsi per sempre senza potersi chinare su di lei per riscaldarla, si era assunto il compito di conservare ciò che sarebbe sopravvissuto alla furia distruttrice del tempo.
    Lord Tynemouth mormorò una preghiera, poi raccolse delicatamente la croce e la baciò con devozione, con amore.
    Mentre compiva questo rito avvertì una mano sfiorargli la spalla, e una voce lasciare un’eco tra le stretti pareti di legno bagnato: “Vieni…”.
    Uscì quasi di corsa, senza fermarsi, senza guardarsi indietro, e sempre correndo e stramazzando più volte nella neve, giunse infine al luogo dove il suo cavallo attendeva.
    Si lasciò cadere a terra senza più fiato, quasi soffocando: lei lo aveva riportato indietro, lo aveva riportato alla vita, alla Valle dove non si sarebbe smarrito mai più.
    La croce era stretta contro il suo petto, al sicuro tra le pieghe del mantello.
    Si rimise in sella, e riprese adagio la via per Winter Manor: una debolezza improvvisa lo aveva assalito, ma anche una gioia indescrivibile.
    Strinse le redini, il corpo scosso da violenti brividi, l’animo sconvolto da emozioni troppo impetuose…come in un mare in tempesta, i suoi pensieri non potevano trovare un ancoraggio sicuro…ma aveva compiuto la missione più importante che mai gli fosse stata affidata.
    Laggiù, nella piccola radura, i petali delle rose stavano cadendo leggeri, uno ad uno, e l’albero cavo, con un gemito come di voce umana che ha compiuto per troppo tempo uno sforzo immane, si ripiegava su se stesso, divenendo nulla di più che lo scheletro di un albero abbattuto nella neve.

     * * *

    Lord Tynemouth, inginocchiato sullo scalino di un altare di pietra, era assorto in preghiera di fronte a un Crocifisso di legno illuminato dalle luce di alcune candele.
    Dopo un incalcolabile periodo di tempo si alzò in piedi, e baciò dolcemente la croce dorata che stringeva tra le dita.
    Volse lo sguardo intorno a lui, sulle tombe dei suoi avi che riposavano in quella cripta da tempo immemorabile: essi l’avrebbero protetto.
    Uscì lentamente a capo chino, come se avesse voluto che quegli istanti non avessero mai fine, e poi chiuse con una grossa chiave di ferro il piccolo cancello fatto di sbarre verticali.
    Risalì la ripida scala, fino alla cappella della dimora, e quando fu nella sua camera da letto gettò la chiave nel camino acceso, e rimase a guardare fino a quando non divenne che una massa informe: tutto era compiuto, nessuno avrebbe profanato il riposo dei morti.
    Avvolto nel mantello, il cappuccio sollevato, uscì in fretta nel cortile, e si allontanò sul tenebroso destriero.
    Solo una volta si fermò: era nella brughiera, vicino al fiume.
    Fece voltare il cavallo, e guardò lungamente la sagoma di Winter Manor. Si stava alzando la foschia, e fu come se la Valle del Tempo Smarrito si stesse lentamente dissolvendo nell’atmosfera…come se la dimora stessa si stesse richiudendo su se stessa, fino a quando non si vide altro che la nebbia, che ancora una volta avvolgeva ogni cosa.

    Lord Tynemouth era nella stanza della torre, e lei era ancora una volte di fronte a lui.
    Lui le porgeva la croce d’oro, guardandola con una malinconia che non poteva nascondere.
    Lei scosse la testa: non aveva bisogno di quei resti mortali, ma erano per lui, un ricordo, un frammento di ciò che poteva essere ed era stato…
    Il suo sorriso dolcissimo, su quel volto pallido, era una ricompensa sufficiente per il gentiluomo, che con il suo gesto aveva scacciato definitivamente la tristezza che accompagnava sempre quella visione.
    Lui non riusciva a parlare, tutte le parole pronunciate da voce mortale non avrebbero potuto fare breccia in quella barriera di sovrannaturale...eppure lui le rivolse ancora una volta una silenziosa richiesta…
    Sapeva che tutto era finito, sapeva che lui non poteva, forse non doveva, fare altro…
    Non voleva che se ne andasse per sempre…ma come poteva la sua richiesta essere esaudita?
    “Al di là del mare…mi troverai”: lei si era avvicinata, e prima che lui potesse comprendere si ritrovò tra le sue braccia, le loro labbra congiunte…e per un istante, gli sembrò di stringere non uno spettro, ma una donna viva come lo era lui…
    Le loro mani rimasero strette mentre lei se ne andava, come un’evanescente nebbiolina che si dissolve sotto i primi raggi del sole…
    Tynemouth contemplò a lungo il mirabile gioiello, le sue parole che risuonavano nella mente…
    Non c’era più nulla fare in quella casa: la forza stessa che lo aveva condotto sino a lì gli faceva comprendere ora che la sua missione era conclusa, e il suo viaggio doveva riprendere ancora una volta, lontano, verso il luogo dell’eterno movimento…

    Lord Tynemouth, in groppa al suo cavallo, era immobile sul ciglio di un’altissima scogliera a picco sull’oceano.
    Alle sue spalle l’immensità della brughiera, avvolta ancora nell’incerta oscurità che prelude al sorgere del sole, si prolungava come ad equilibrare la distesa d’acqua che le si apriva dinnanzi.
    Il gentiluomo fissava il mare: c’era una nave che si stava avvicinando alla costa, ed era venuta per lui…
    Le lacrime gli bagnarono a lungo il viso, mentre egli aspettava…
    La sua ricerca non era ancora conclusa.

     

    FINE

     

     

    8/19/2007

    ***

    kissingyou.it

    le stelle sono buchi nel cielo da cui filtra la luce dell'infinito
    Confucio
    8/7/2007

    A Special Day! Yes, it is!


    Oggi è un giorno speciale...PERCHE'?!
    Basterà scorrere il mio space per capirlo: Miss Aeris, webmistress del fantastico sito "Final Fantasy World"
    ha preparato un Award tutto per me!

    Io non posso fare altro che ringraziarla tantissimo, con la promessa di dedicare un sacco di tempo a questo space per renderlo sempre più bello.

    LucyVanPelt Cuore rossoCuore rossoCuore rosso
    8/3/2007

    A short story created by me (Lucy Van Pelt)


    La nebbia e lo specchio

    And, like a dying lady lean and pale...
    wrapp'd in a gauzy veil...led by the insane
    and feeble wanderings of her fading brain,
    The moon arose up in the murky east.
                                                    Percy B. Shelley, The Moon


    Un debole chiarore argentato illuminava la stanza d’una luce soffusa, mentre la luna si muoveva lentamente tra filamenti di nubi grigie.
    La bianca luminescenza attraversava i vetri opachi della finestra, si estendeva su un pavimento di marmo a quadri bianchi e neri, e si spezzava contro una scrivania ingombra di carte, tutte ricoperte da una scrittura fitta e appuntita.
    Sulla parete in fondo, una tenda di broccato blu creava un curioso contrasto con una brillante fascia verticale che pareva fuoriuscire dal muro: chi si fosse avvicinato e avesse scostato la stoffa, avrebbe trovato uno specchio assai grande, quasi a misura umana.
    Lo specchio era sormontato da un raffinato motivo floreale fatto in ferro battuto: in mezzo a queste decorazioni, perfettamente simmetriche, vi era un foro ovale, vuoto.

    Sul lato del caminetto si trovava una poltrona dallo schienale alto, tutta ricoperta di velluto, e sulla parete sovrastante un ritratto dominava lo studio: era un ragazzo dai lineamenti delicati, dagli occhi azzurri e dai lunghi capelli biondi raccolti in una coda sulla nuca; egli indossava una giacca blu scura rifinita da bordi di pizzo, e le mani appoggiate quasi fuori dal quadro erano bianche e ben curate; il giovane stringeva tra le dita un piccolo monile di strana fattura, e un sorriso dolce gli incurvava appena la bocca sottile.

    * * *

     Due ragazzi spinsero al galoppo i loro cavalli, e percorsero in fretta il viale che arrivava fino al cortile della villa. Uno di loro aveva i capelli del colore del grano maturo, ed era forse un po’ più giovane dell’amico, robusto e alto, con una chioma nera e spettinata dall’aria.
    Smontarono e, ridendo tra di loro, entrarono in casa, dove una signora un po’ anziana li attendeva in una graziosa saletta che si affacciava sul giardino.
    Dolcetti e tè erano serviti su un vassoio d’argento, e i due giovani, impolverati e stanchi dalla lunga cavalcata, mangiarono volentieri.
    La signora si era allontanata dal tavolino, ma continuava ad osservare i due ragazzi con un’espressione benevola: lo spuntino fu interrotto dalle risate allegre di due ragazze e un bambino che arrivavano dal prato. Esse avevano raccolto giunchiglie e tulipani, e il bambino portava in braccio un cucciolo di cane, regalo del fratello maggiore. I nuovi arrivati furono accolti festosamente, e si unirono ai due giovani.
    Fu solo verso sera che il ragazzo dai capelli neri si preparò ad andare via: doveva cavalcare un’ora per tornare a casa propria, ma quella singola ora era ripagata dalle giornate piene di allegria che trascorreva con il suo migliore amico: lui, le sorelle e il fratellino (senza dimenticare la signora madre) erano forse la compagnia più piacevole in tutti i dintorni di quella campagna.

    La famiglia aveva terminato la cena, e si apprestava a prepararsi per la notte, quando il giovane dai capelli biondi bussò alla camera della madre.
    Ebbero un lungo colloquio, e il giovane era molto pallido quando uscì nel corridoio.
    La signora sedeva su una sedia ed era come accasciata sotto il peso di una grande disgrazia.
    Il figlio aveva perso un oggetto che per secoli era appartenuto alla famiglia, ed era stato tramandato di generazione in generazione: si trattava di un medaglione ovale, coperto da entrambe le parti da un vetro concavo verso l’interno: dentro vi erano delle erbe rare e sconosciute, e alcuni cartigli scritti finemente in qualche lingua arcana.
    Era leggenda che il medaglione fosse appartenuto a un Santo vissuto nel Medioevo: costui l’aveva dato come ricompensa a un uomo nobile che l’aveva aiutato quando il suo asino era rimasto intrappolato in una buca: il signore, più robusto e più forte del piccolo Santo, era riuscito a liberare l’asino, che era rimasto miracolosamente illeso.
    Il nobiluomo aveva accettato il ringraziamento per cortesia, senza in realtà sapere cosa servisse: sembrava un oggetto così inutile, a parte la bellezza ornamentale, ma si rivelò ben presto un dono meraviglioso.
    Quel monile proteggeva chiunque lo portasse con sé, e teneva lontano il Male: quando un componente della famiglia moriva, si diceva che la sua anima  trovasse più facilmente la strada per il Paradiso. Alla fine del Medioevo, quando il capostipite era ormai vicino alla morte, aveva fatto costruire da un uomo d’ingegno uno specchio con un incastro: lì avrebbe dovuto riposare per sempre il medaglione quando l’ultimo componente della sua famiglia avesse lasciato questo mondo. Da allora il primogenito portava sempre il medaglione con sé…ma adesso il prezioso e sacro dono era stato smarrito, e questo non poteva essere altro che un presagio di disgrazia.

    Il giovane dai capelli neri cavalcava al trotto quando un bagliore nel sottobosco attirò la sua attenzione: il medaglione ovale che aveva sempre visto al collo del suo amico giaceva abbandonato, riflettendo gli ultimi raggi del sole morente. Lo raccolse con mano tremante, quasi con devozione, poiché un intuito nascosto gli suggeriva che un rispetto particolare doveva essere portato a quell’oggetto…dopo una breve esitazione il ragazzo decise che sarebbe tornato subito indietro per restituirlo, nonostante l’ora tarda.
    Fece voltare il cavallo e lo spinse al galoppo, mentre cupe nubi iniziavano a scurire l’orizzonte: nonostante la minaccia di un furioso temporale, il giovane continuò a cavalcare, ma fu troppo tardi quando giunse alla villa.
    La pioggia aveva incominciato a cadere violenta e battente, e il cielo era squassato da tuoni e fulmini, che apparivano e sparivano dietro le nuvole come creature selvagge imprigionate.
    Il giovane entrò in casa, il cuore stretto dall’angoscia: fu il bagliore del lampo a rivelargli ciò ch’era accaduto: vide il sangue e i corpi riversi, e dovette appoggiarsi allo stipite della porta per non cadere. Si avvicinò, e cadde in  ginocchio vicino al suo amico: respirava ancora, e quando lo vide lo sguardo si illuminò ed egli sorrise appena. Un nome sfuggì in un sussurro, e l’amico capì: quel sangue aveva nutrito la lussuria di un terribile odio.
    Il giovane dai capelli biondi si abbandonò tra le braccia dell’amico, senza poter aggiungere altro, mentre negli occhi chiari era espressa con forza una precisa richiesta.
    L’amico non comprese: egli non conosceva la leggenda del medaglione, e il suo animo non poteva comprendere un mistero così grande; il giovane pianse per la morte di chi considerava un fratello, e decise di tenere per sé il medaglione, in ricordo di quell’amicizia che non sarebbe stata dimenticata.

     * * *

    La villa, che molti anni prima risuonava di voci e rumori, era ormai silenziosa.
    Un tradimento si era consumato tra le sue stanze, ed essa racchiudeva segreti che nessuno aveva il coraggio di riportare alla luce.
    La natura aveva preso possesso di tutto e alti rampicanti crescevano sui muri: cespugli di rose canine sprigionavano un delicato profumo, ed erbe selvatiche avevano invaso i sentieri un tempo puliti e ben curati. Le piante secolari continuavano a condurre una lenta e placida esistenza, allargando la loro ombra verso le stanze vuote.
    Nessuno aveva mai più attraversato quel cancello dopo la morte di un gentiluomo che, ogni settimana e per tutta la vita, era venuto a pregare sulle grigie lapidi in giardino.
    Egli aveva sempre vissuto con il cuore straziato da un’angoscia sconosciuta: la consapevolezza di avere qualche obbligo verso il suo amico gli si era radicata nel cuore, eppure egli non era in grado di comprendere. I capelli corvini si erano incanutiti, e alla morte di lui il medaglione era passato nelle mani del primogenito, e poi era scivolato attraverso la spirale del tempo fino a giungere in possesso di un giovane poeta: egli aveva uno spirito sognante, amava immaginare più che agire, ed era stato inspiegabilmente attratto da quel singolare oggetto, un po’ disprezzato dal fratello maggiore, che lo aveva ceduto volentieri non vedendo altro che un ninnolo senza importanza.
    Questo poeta amava cavalcare attraverso il rigoglioso spettacolo che la Natura gli offriva, e un giorno giunse alla villa abbandonata.
    Era sera, e la luna stava per sorgere, quasi invitando il giovane ad entrare, poiché lei gli avrebbe illuminato la strada.
    Il cancello di ferro cigolò con uno stridio lamentoso, e alcuni tralci di edera dondolarono spezzati: l’uomo si mosse silenzioso attraverso i sentieri soffocati dalle piante, e si fermò di fronte alla casa. Un uccello notturno lanciò il suo grido, ma l’aria stessa sembrava immobile, quasi tangibile, e il silenzio sembrava avvolgere ogni cosa.
    Il poeta camminava lentamente, sforzandosi di trattenere dentro di sé le molteplici sensazioni che quell’atmosfera gli creava: giunse infine dietro alla casa, dove riposavano i resti mortali degli ultimi rappresentanti della nobile famiglia. Le quattro croci di pietra si ergevano tra l’erba alta, e sui loro bracci l’edera si era avvinghiata con forza, quasi spezzandone la solidità. Sotto la bianca luce lunare il poeta poté leggere qualche lettera, e alcune date: il tempo, implacabile, aveva segnato il suo passaggio, rendendo sfumata l’unica corrispondenza che legava i morti al mondo terreno.
    Il giovane si chinò in ginocchio, spinto da un’improvvisa commozione che gli stringeva al cuore, eppure questo sentimento era dolce al tempo stesso: gli pareva, infatti, che la sua presenza potesse confortare le anime di quelle persone.
    Rimase immobile a lungo, con gli occhi chiusi, poi si sollevò.
    Non ebbe paura quando lo vide, soltanto un piccolo moto di sorpresa, mentre il cuore batteva più forte: un giovane era di fronte a lui, e il suo corpo appariva emanare un’aura luminosa. Era biondo, elegante nei suoi abiti di velluto nero, e il suo pallore non era spaventoso. Gli occhi azzurri sorridevano, ma d’un sorriso triste, malinconico, struggente. La mano destra era protesa verso il poeta, che mosse qualche passo incerto.
    Il fantasma iniziò a muoversi verso la casa, come fluttuando, poi sfiorò una grande porta a finestra, che si spalancò: il poeta lo seguiva, il cuore stretto in un’emozione che portava alle lacrime.
    Attraversarono le stanze vuote, e il poeta cercava di ricordare ciò che non conosceva: e in un istante nella sua mente presero forma dei versi di straordinaria bellezza: quella stessa luna che era sorta da dietro la villa, non poteva forse essere come una donna pallida che si aggirava in silenzio tra quelle stanze, piangendo per tutto il Male che aveva visto dall’inizio del mondo? Ma essa gioiva anche, poiché sapeva che la Bellezza, e tutto ciò che di buono c’era al mondo, sarebbe stata sempre esaltata.
    Giunsero in un piccolo studio, e il poeta vide un ritratto bellissimo: vide il medaglione, e comprese. Il poeta, nell’immensa sensibilità della sua anima, intuiva quello che il suo antenato, anni e anni prima, non aveva compreso.
    Il giovane dai capelli biondi scostò una tenda di broccato, rivelando lo specchio.
    Il poeta si avvicinò, e scrutò se stesso: in quel mondo parallelo lui era solo, ma nel mondo reale quella presenza non era solo una visione: non aveva dubbi.
    Era come se il giovane fosse fuoriuscito dalla tela del quadro, e ora era lì per ottenere una risposta alla sua muta e antica richiesta.
    Il poeta annuì lentamente: egli poteva capire. Si mosse verso lo specchio, trasse il medaglione dal mantello, gli diede un ultimo sguardo, lo baciò, poi lo pose nel castone. Si udì un leggero scatto: il monile non poteva più essere tolto, il riposo eterno della famiglia era stato sigillato.
    Il poeta si voltò, e vide una nuova luce negli occhi del giovane: non era più malinconia, ma gioia e serenità per un desiderio finalmente realizzato.
    Il ragazzo dai capelli color del grano si avvicinò allo specchio e vi appoggiò una mano: essa penetrò nel vetro come in una superficie acquatica, e piano piano tutto il fantasma fu al di là dello specchio. Il poeta guardava, e ora non vedeva più se stesso: il giovane cominciò lentamente a dissolversi, fino a diventare un’ombra evanescente: rimase solo una piccola luce, simile alla fiamma di una candela, ma molto più argentata, che in un soffio scomparve del tutto. Lo specchio si fece opaco, come velato da una foschia che non poteva essere cancellata, come se ciò che nascondeva al suo interno non fosse per occhi mortali.
    Il poeta sospirò, stringendosi nel mantello e rabbrividendo: il suo cuore era quieto, poiché adesso il fantasma non sarebbe mai più stato costretto a vagare tra le nude tombe con l’animo in tumulto.
    Il poeta non si chiese perché non era stato il suo antenato a restituire all’amico il medaglione, né perché il fantasma non gli fosse presentato: nella sua semplicità, non si rendeva conto che la poesia era l’unico mezzo che poteva rendere al cuore umano la capacità di comprendere cose incomprensibili alla ragione.

    Fuori l’aria era fredda e tagliente, e il poeta si strinse nel mantello quando salì a cavallo, poi si allontanò pensieroso, scomparendo infine nella nebbia umida della campagna. 

      FINE


    Questo racconto è stato composto da me e se volete potete lasciare un commento. Vi prego di non copiarlo o spacciarlo per vostro, rispettate il mio lavoro e la mia vena creativa ^^ Grazie

    Lucy Van Pelt

    8/2/2007

    1000 Words



    .


    1000 Words
    from Final Fantasy X-2


    I know that you're hiding things
    Using gentle words to shelter me
    Your words were like a dream
    But dreams could never fool me
    Not that easily

      I acted so distant then
    Didn't say goodbye before you left
    But I was listening
      Don't fight your battles far from me
    Far too easily

    "Save your tears coz I'll come back"
      I could hear that you whispered as you walked through that door
    But still I swore
    to hide the pain when I turn back the pages
    Shouting might have been the answer
    What if I cried my eyes out and begged you not to depart
    But now I'm not afraid to say what's in my heart

    Cuz a thousand words
    Called out through the ages

    They'll fly to you
    Even though I can't see

      I know they're reaching you, Suspended on silver wings

    Oh a thousand words
    One thousand embraces

    Will cradle you
    Making all of your weary days Seem far away
    They'll hold you forever

    (instrumental)

    Oh a thousand words
    Have never been spoken

    They'll fly to you

    They'll carry you home
    And back into my arms

    Suspended on silver wings

    And a thousand words

    Called out through the ages

    Will cradle you
    Turning all of the lonely years to only days
    They'll hold you forever


    ...A thousand words...