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11/4/2007
Ciao a tutti! Sono lieta di presentare sul mio blog la conclusione del racconto "La leggenda di Winter Manor". Chi di voi conosce la saga di Final Fantasy, si accorgerà che a volte ho tratto ispirazione da alcune delle più belle e commoventi scene di questi giochi. La pubblicazione su questo blog è dedicata a Miss Aeris, webmistress di "Final Fantasy World", che esprimendo la speranza che lord Tynemouth ritrovasse la sua bella mi ha fatto venire voglia di far accadere il miracolo^^ "La leggenda di Winter Manor", prologo di questa storia, si trova negli interventi precedenti. Buona lettura!!!
His Way Home - La leggenda di lord Tynemouth
Behind Me - dips Eternity - Before Me - Immortality - Myself - the Term between -
‘Tis Miracle before Me - then - ‘Tis Miracle behind - between - With Midnight to the North - And Maelstrom - in the Sky -
Emily
Dickinson, versi tratti dalla Poesia n°721
L’oceano è il confine del
mondo conosciuto. Le nazioni sorgono a
destra e a sinistra di esso, lo circondano come in abbraccio, ma vi è una parte
di esso che nessun uomo ha mai raggiunto, né potrà farlo. Le leggende non mentono,
vivono nella memoria di anziani marinai con la pelle riarsa dal sole: essi
narrano di una cascata la cui maestosità e imponenza vanno oltre ogni fantasia
umana. Molte delle navi che si
sono spinte là non hanno mai fatto ritorno: forse sono state risucchiate
nell’abisso, forse non hanno saputo ritrovare la via di casa. Alcuni viaggiatori, dopo
mesi di navigazione sempre dritta davanti a loro, approdarono alla stessa terra
da cui erano salpati senza aver visto nulla. Così, qualcuno giunse alla
conclusione che il mondo in cui vivevano doveva avere la forma di una sfera, e
siccome non poteva esistere una voragine nell’oceano,quella storia continuò a
sopravvivere solo nei miti e nei racconti dei vecchi lupi di mare. Nessuno sa se l’abisso
esista davvero, e cosa ci sia, in esso…gli anziani dicono che non è dato
all’uomo di saperlo, perché quella è la fine del mondo. ________________________________________________________________________________________________
La leggenda che sto per
narrarvi parla di un uomo che, protetto dagli spiriti degli antenati, riuscì a
varcare il confine tra i due mondi. Di lui rimase solo
memoria nelle parole di un vecchissimo marinaio dalla lunga barba bianca, che
si trovava sulla stessa nave del gentiluomo quando egli si lasciò cadere in acqua
e fu portato verso l’abisso. Il gentiluomo scomparve
ben presto agli occhi dell’equipaggio, e nessuno sa cosa avvenne di lui. Il suo
nome era Lord Tynemouth.
* * *
L’imponente
fregata, solitario puntino in movimento, da dieci giorni e dieci notti scivolava
veloce sul mare. La brezza leggera era sufficiente a gonfiare le vele, ma
l’acqua appariva calma, come una mistica creatura addormentata che gode dei
tiepidi raggi del sole. La Valle del Tempo Smarrito e la
brughiera erano state lentamente avvolte dalla nebbia, e anche l’alta scogliera
era ormai scomparsa dietro la nave. “Verso
l’orizzonte”: queste parole aveva pronunciato Lord Tynemouth di fronte ai suoi
uomini, quando essi gli avevano domandato la rotta da seguire. Essi
si erano guardati costernati: erano memori delle innumerevoli quanto perigliose
imprese attraverso le quali il loro comandante li aveva condotti, ma non erano
folli: sapevano di non poter sfidare a tal punto la sorte tanto da voler
giungere ai confini del mondo. Il
gentiluomo non aveva detto più nulla, si era limitato a scrollare le spalle, ma
una luce nei suoi occhi -una luce che lasciava comprendere che non vi era
un’altra meta possibile- aveva spinto l’equipaggio a fidarsi di lui ancora una
volta; Lord Tynemouth sapeva che poteva essere l’ultima, ma allo stesso tempo
sperava in cuor suo di non dover sacrificare la vita di quegli uomini, pur avendo
la certezza che essi lo avrebbero seguito ovunque. Essi
non chiesero nulla, né il comandante raccontò: ciò che era successo apparteneva
a lui solo, ed egli non voleva svelare il suo segreto -né forse ne aveva il
diritto-. Il
gentiluomo era in piedi sul ponte della sua nave, e teneva lo sguardo fisso
davanti a sé, sull’immensa distesa d’acqua che lo circondava. Era
perso nel labirinto dei suoi pensieri, e le voci dei marinai giungevano come un
brusio lontano, che sovrastava appena il ciclico scrosciare delle onde che
lambivano lo scafo. La
sua mente era come sopita, e le sensazioni che provava erano completamente
illogiche: all’incontro con lei il
suo cuore aveva conosciuto una tempesta che lo aveva scosso fin nei più
profondi abissi, ma ora era come se quell’indescrivibile esperienza si stesse
dissolvendo, nel suo ricordo. Non
erano trascorsi che pochi giorni, sembravano mille anni: una cosa sola restava
immutabile nella sua memoria, come un’iscrizione sulla pietra: quelle poche, oscure
parole che lei gli aveva sussurrato
prima di lasciarlo.
Al di là
del mare…mi troverai.
Lord
Tynemouth sollevò la mano destra, e le sue dita si strinsero sul gioiello che
portava al collo: era una piccola croce d’oro, ricoperta di pietre preziose che
emanavano colorati e accecanti riflessi quando incontravano il sole. Egli
chiuse gli occhi, e di nuovo ebbe un moto di sorpresa, quasi di rispetto per un
sacro mistero che non poteva comprendere: ogni volta che toccava la croce, come
un’onda improvvisa rende incontrollabile un placido fiume così una miriade di
pensieri travolgeva la sua mente, riconducendola all’atelier in cima alla
torre, alla donna così ancestrale eppure così familiare, alla sua dolcissima voce
che a lui, e a lui soltanto, aveva chiesto aiuto. Quante
volte, durante gli interminabili giorni che sempre più lo allontanavano da lei, egli aveva stretto forte quella
piccola croce come unica speranza per poter calmare la sua inquietudine! Quando
la nebbia aveva celato la brughiera alle sue spalle, il gentiluomo aveva avuto
la sensazione che davvero tutto fosse scomparso: sentiva che, se avesse deciso di tornare indietro, si sarebbe
smarrito per sempre in una bruma eterna, senza ritrovare mai più Winter Manor. L’unica
via era di fronte a lui, all’orizzonte di un oceano che si stendeva fin dove
l’occhio poteva giungere…Eppure, egli era triste: salpando verso il mare, credeva
di scivolare via dall’unico luogo in cui aveva trovato la felicità -o almeno
un’illusione di essa-.
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Una
notte, la settima da quando la nave era salpata, qualcosa era cambiato: lord
Tynemouth, in preda a un sonno agitato, aveva lasciato la sua cabina ed era
salito sul ponte, desideroso di trovare un po’ di quiete nella fresca aria
notturna. Sopra
di lui il cielo stellato era come una barriera che nascondeva realtà troppo
grandi per la natura umana: le stelle parevano minuscole finestre da cui
filtrava la luce dell’infinito, una luce splendente che appariva viva,
pulsante. Questa maestosa cupola naturale scendeva fino a lambire l’acqua,
pareva mescolarsi con essa. Creature
mitiche, conosciute solo attraverso le leggende tramandate, affioravano di
tanto in tanto tra le increspature, draghi marini dalle scaglie lucenti che forse
nessun uomo aveva mai visto. Non
vi era altro suono che quello dell’eterno movimento, ma per lord Tynemouth
questo era un canto dolcissimo, che calmava la sua angoscia e cullava la sua
mente. Lentamente,
quasi impercettibilmente, le linee dello spazio iniziarono a mutare: l’acqua
divenne scintillante, i contorni della nave si dissolsero, le stelle sembrarono
farsi più vicine… Il
gentiluomo mosse qualche passo guardando intorno a sé: era stupito dalla
meraviglia di ciò che accadeva, e non vi era alcun timore in lui. Camminò
con lentezza, come sospeso in una atmosfera onirica, in cui il trascorrere del
tempo non aveva importanza. Ad
un tratto qualcosa prese forma davanti ai suoi occhi: uno specchio a grandezza
naturale con una mirabile cornice d’argento modellata in forme sinuose. La
sua immagine riflessa era sfumata, egli non era neppure certo che fosse lui la figura al di là, in quella
dimensione uguale e allo stesso tempo diversa. Come
seguendo un impulso dettato dal suo cuore, e allo stesso tempo sorpreso di sentire che ciò che accadeva era reale,
appoggiò la mano destra sulla superficie lucente. Un’abbagliante
luce bianca balenò, avvolgendo ogni cosa, e poteva essere il frutto di un tempo
eterno come di un solo, inafferrabile istante. La
luce scomparve, e il gentiluomo non vide più se stesso: un’altra persona stava
in piedi di fronte a lui, come un riflesso di lui, ma non lui… Erano
uno di fronte all’altra, ora, separati solo dallo specchio. Egli
poteva sentire il calore della mano della donna contro la sua, e sapeva che lei era viva…ma ancora non
era giunto il momento perché gli fosse concesso altro che quella fugace
illusione. Le
loro mani unite si strinsero, e quando le loro dita si intrecciarono il
gentiluomo ebbe la sensazione di avere trapassato una superficie fredda e
soffice: il vetro dello specchio si era come dissolto all’unione dei loro corpi,
divenendo null’altro che aria. Egli
fece ancora un passo in avanti, e lei,
come un semplice riflesso, fece lo stesso: erano così vicini, ora, e Tynemouth
poteva vedere il suo respiro,
percepire l’aura che emanava da quel miraggio così apparentemente reale. Lei sorrideva, e le sue
labbra si mossero senza che nessun suono fuoriuscisse da esse. Il
volto di Tynemouth, contratto da un’emozione insostenibile alla vista della
donna, si distese in un quieto sorriso, e lacrime di una gioia troppo forte
affiorarono ai suoi occhi: ella aveva pronunciato il suo nome! Lui
chiuse gli occhi e, dentro la sua testa, come in un’eco senza fine, la voce
silenziosa di lei giunta ancora una
volta a consolarlo. Un
istante dopo la sua mano si serrò, senza più stringere nulla: con un gemito
soffocato si gettò contro lo specchio, che ora non rifletteva altri che lui, e
subito ricadde all’indietro, come respinto da una forza invisibile. La
visione scomparve, e il gentiluomo si ritrovò seduto sul ponte della nave,
ansimante e sudato. Era
stordito da quello che il cielo gli aveva concesso di vedere, ma allo stesso
tempo si sentiva commosso: ora il suo animo era finalmente calmo, perché aveva
compreso tutto… Non
si stava allontanando da lei, ma
stava andando verso di lei…perché lei era là, al di là del mare come gli
aveva detto, e lui l’avrebbe trovata! Come
di fronte a uno specchio, si era lasciato ingannare dai suoi timori, aveva
creduto reale la sua paura più grande, ma quella notte lord Tynemouth aveva
compreso: le parole di lei erano state una profezia, ma ancor di più una
promessa, e soprattutto quella mano stretta sulla sua era per dirgli che mai,
neppure nell’ora più buia, avrebbe dovuto cedere al terrore e allo sconforto.
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Il
sole, abbagliante semicerchio di fuoco, stava lentamente scivolando nell’acqua,
e tingeva ogni cosa con riflessi ambrati. L’oceano,
colpito dalla luce cangiante del tramonto, era dorato fin nei suoi più profondi
abissi dove, in trasparenza, si scorgevano delle rovine. Erano
resti di edifici maestosi dalle bianche pietre, su cui erano cresciute delle
alghe verdissime da cui sbocciavano grandi fiori vermigli. L’intero
equipaggio si era riversato sul ponte, e gli occhi di ognuno erano spalancati
dallo stupore per ciò che vedevano: mai, neppure nelle leggende avevano udito
parlare di simili meraviglie. Lord
Tynemouth guardava con aria rapita quella che appariva come una città
incantata, e il suo cuore accelerò i battiti, per assecondare un’emozione che
faceva quasi rabbrividire. Comprendevano
che, pur assomigliando ai templi sacri della loro nazione, quelle rovine non
dovevano essere state innalzate da mano umana. Essi
stavano attraversando un luogo in cui solo le divinità avevano lasciato
traccia. Lentamente
il sole si celò completamente ai loro occhi, e il mondo intorno si fece scuro. Lo
spettacolo sottomarino scomparve, poiché il mare stava assumendo un diverso
colore, un inquietante incontro di blu, verde e nero. Così
come prima ogni cosa brillava, così ora tutto si riempiva di ombre: nel cielo
iniziarono a muoversi enormi nuvole minacciose, quasi messaggere di uno spirito
malvagio carico di ostilità verso i navigatori. Vi
era qualcosa di sovrannaturale nell’atmosfera: una tempesta doveva scatenarsi,
ma informi creature nere, poco più che ombre, strisciavano sull’acqua e salivano
fino alla nave, passando di fronte agli uomini ed emettendo un lamento angosciante. Le
onde parevano ora animate di forza propria, e la nave sembrava essere
trasportata dalla mano di un gigante che nuotava sotto le acque. I
marinai erano come impietriti: molte cose avevano conosciuto nei loro viaggi,
ma non si erano mai battuti contro le forze della natura che prendevano vita. Essi
si guardavano l’uno con l’altro incapaci anche di parlare, mentre il vento
sferzava i loro volti. Tynemouth
prese di persona il timone della fregata, ma ben presto si rese conto che non
poteva far nulla per mutare la rotta o rallentare a velocità della nave: allora
si aggrappò alla balaustra e strinse con forza la piccola croce, per ritrovare
il coraggio e la fede. Ad
un tratto le loro orecchie furono colpite da un rumore scrosciante che si
faceva sempre più violento, fino a che non furono costretti a prendersi la
testa tra le mani per evitare che quel boato entrasse nelle loro menti e le
spaccasse. All’improvviso
una delle vedette che si trovava ancora sul pennone più alto lanciò un urlo di
terrore, subito soffocato dal tremendo schianto di un tuono. Un
lampo attraversò tutto il cielo e rimase per qualche istante immobile, come a
voler mostrare a quei marinai tutta la loro follia: di fronte a loro si
estendeva la fine del mondo.
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La
luce metallica che squarciò improvvisamente il cielo mostrò ai marinai la fine
del mondo. L’equipaggio
conosceva quei luoghi solo attraverso le leggende, ma l’immaginazione di nessun
uomo avrebbe mai potuto giungere così lontano. L’abisso
di fronte a loro doveva essere una delle ferite lasciate sulla terra da una
guerra tra divinità condotta in un mitico passato, quando ancora il mondo non
era che un immenso mare e nulla era stato creato. L’oceano
stesso si gettava in una voragine di enormi dimensioni, e l’acqua cadeva in grandissime
cascate, la cui altezza doveva essere di diverse centinaia di miglia. Di
fronte al ciglio dell’abisso giungevano gli spruzzi causati dalle cascate,
sotto forma di una muraglia d’acqua che impediva di vedere al di là. Un
altro oceano poteva trovarsi dall’altra parte della spaccatura, o un intero
mondo nelle sue profondità, ma forse non vi era altro che il vuoto. La
tempesta si abbatteva ora sulla nave, minuscolo e impotente pulviscolo al
centro di un’incontrollabile e furioso movimento. Gli
uomini si aggrappavano disperatamente alle corde e all’albero maestro, per non
venire travolti dai flutti che si abbattevano sul ponte; essi non potevano neppure
tentare di governare l’imbarcazione, perché quell’uragano era troppo forte. I
marinai non avevano avuto tempo di rifugiarsi sottocoperta, e ora lasciare i
loro appigli significava la morte. La
fregata, che seguiva il repentino flusso delle onde, veniva portata in alto e
poi fatta ricadere con violenza: il cielo si era fatto completamente buio, ma i
fulmini che laceravano la notte lasciavano scorgere con chiarezza cosa accadeva
in quell’inferno d’acqua. Essi
videro, e chiusero gli occhi, e il loro grido disperato fu portato via dal
vento e dal fragore. La
nave stava per cadere nell’abisso!
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Il
mare sembrava una gigantesca creatura mitologica sconvolta dall’ira: con i suoi
flutti, possenti come le urla di rabbia di un colosso, pareva voler distruggere
quei folli mortali che avevano mostrato la presunzione di potersi avvicinare a quel
luogo primordiale. La
nave, sballottata dalle onde impazzite, si stava dirigendo pericolosamente
verso le cascate, e non vi sarebbe stato scampo se fosse caduta nel baratro. Lord
Tynemouth era avvinghiato con tutto il corpo alla balaustra del ponte: il
terrore gli offuscava la mente, la sua ragione era come pietrificata. No,
non poteva essere questo il prezzo da pagare: il sacrificio di coloro che più
gli erano stati fedeli valeva forse il suo desiderio più grande? Il
gentiluomo ebbe la vista annebbiata, per un istante, ma non era il vento, né la
pioggia, ne l’acqua dell’oceano…era il silenzioso e disperato grido di dolore
per una promessa non mantenuta, per un’illusione frantumata, per un sogno
infranto! Egli
mosse la testa, e vide il suo equipaggio che lottava disperatamente per evitare
un destino che di lì a poco sarebbe stato inesorabile. Alcuni
marinai incrociarono il suo sguardo, ma nessuno di loro sembrava odiarlo o
considerarlo la causa di ciò che stava accadendo. Avevano sempre avuto rispetto
per il valore del loro comandante, quasi un affetto, e anche ora essi
conservavano in lui una fiducia incrollabile: nei loro occhi brillava la
speranza che il capitano sarebbe riuscito a salvare le loro vite, a dispetto di
qualunque forza naturale che avesse cercato di opporsi a lui. Essi si fidavano, sapevano che non li avrebbe condotti alla morte per un capriccio. Tynemouth
lesse tutto questo nei loro volti spaventati, e allora si vergognò della sua
debolezza. Quei
marinai lo avevano sempre servito con fedeltà e coraggio, ed egli si era
servito delle loro vite per cercare di soddisfare il suo egoismo! Le
lacrime tornarono improvvise, ma il gentiluomo le ricacciò indietro: come in
una visione vide lei che, avvolta da
un’aura bianchissima, gli tendeva la mano. La
croce che aveva al collo emise un bagliore: come per un incantesimo, ogni cosa
intorno rallentò, quasi fino a fermarsi. La
pioggia divenne una finissima polvere di stelle, il vento si fermò e l’acqua
intorno si fece calma e si tinse d’argento. Tynemouth
sentì un improvviso calore sul suo corpo, mentre il piccolo gioiello pulsava,
animato da un’essenza interiore. I
marinai si guardarono intorno con profondo stupore, ma non osarono lasciare i
loro appigli per timore che l’oceano avesse concesso loro solo una tregua
temporanea. Il
capitano si staccò lentamente dalla balaustra, e fece qualche passo verso i
suoi uomini. Egli
disse loro qualcosa, ma essi non percepirono alcun suono. Videro
solo che il viso del loro comandante era calmo e sorridente mentre parlava, ed
egli stringeva la croce che gli avevano sempre visto indosso fin dal giorno
della partenza, e che ora brillava di luce propria. Lord
Tynemouth tacque, e nei suoi occhi vi era un’immensa riconoscenza per coloro
che lo avevano aiutato a raggiungere quel luogo leggendario. Egli
chinò brevemente il capo: li stava salutando!
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Il
tempo si era cristallizzato in una magica atmosfera, e ogni cosa intorno
sembrava lucente e viva. Le
alte onde e la furia dell’uragano sembravano appartenere a un lontano passato,
e il rumore del mare sembrava liberare una musica leggera e armoniosa, note
tratte da un’arpa accarezzata da una fata dell’acqua. Lord
Tynemouth rivolse al suo equipaggio poche parole, ma esse erano sufficienti per
esprimere ciò che egli aveva nel cuore. In
qualche modo essi udirono. Il
gentiluomo chinò la testa, e quando rivolse a loro un ultimo sguardo essi
videro che lui piangeva: ma erano lacrime di gioia, che raccontavano più di
infinite parole. Lord
Tynemouth si girò lentamente (o almeno così parve: era un’atmosfera incantata
in cui il tempo e lo spazio non avevano più ragione d’essere), e mosse qualche
passo verso una parte della balaustra che era stata spaccata dalla tempesta. Egli
corse, e si tuffò nel vuoto: cadde nell’oceano, e le onde lo accolsero tra le
loro braccia, e lo portarono via dolcemente. I
marinai corsero uno dopo l’altro sui lati della fregata, e si accorsero che la
fine del mondo era ben visibile di fronte a loro, sebbene il ruggito delle
cascate fosse scomparso. Essi
videro il loro capitano avvicinarsi al confine e poi scomparire dentro
l’abisso: allora si portarono le dita alla fronte per salutarlo a loro volta. Era
il loro addio! Improvvisamente,
tutto mutò. La
fregata stava ora navigando sull’oceano, le onde lambivano il suo scafo e il
cielo era sereno e pieno di stelle sopra di loro; una brezza gentile gonfiava
le bianche vele, e la luna piena illuminava la strada. La
fine del mondo era scomparsa, così come la tempesta, il vento, il fragore, la
pioggia di stelle e l’acqua d’argento. Restava
solo un placido mare che si estendeva immenso fino all’orizzonte, e non vi era
abisso in cui l’acqua poteva cadere. I
marinai avrebbero potuto pensare che fosse stato null’altro che un sogno, ma
comprendevano che non era così: il loro capitano era scomparso. Ad
un tratto nelle loro menti risuonò l’eco di una voce familiare.
Io devo andare…non
cercatemi, non credo che potreste trovarmi…vi ringrazio per ogni cosa, vi devo
la mia felicità…e, non preoccupatevi per me,
io starò bene…dopotutto, questa è la mia strada per casa.
* * *
Questa è la leggenda. Il
vecchio marinaio narra instancabile con voce sommessa, e parla con affetto del
suo antico comandante. Egli non nasconde di essersi domandato molte volte che
cosa il suo signore possa aver trovato sul fondo della cascata. Spera che lord Tynemouth
sia riuscito davvero a trovare la felicità che gli si leggeva negli occhi
quando la forza della sua piccola croce d’oro aveva calmato la furia dello
spirito degli oceani.
Lord
Tynemouth corse sul ponte della fregata e si gettò nell’oceano. Egli
fu sorpreso quando il suo corpo venne in contatto con il liquido argenteo: esso
non era bagnato, né umido, ma era quasi tiepido e incredibilmente morbido e
vellutato. Emanava
un gradevolissimo profumo di fiori selvatici che cullava i sensi, e il
gentiluomo si sentiva come avvolto da grandi e soffici braccia che l’avrebbero protetto
fino alla meta. Chiuse
gli occhi quando si vide sul ciglio dell’abisso, e poi sentì che cadeva… Fu
una discesa innaturale, come se l’acqua stessa si fosse impigrita e avesse
voluto rallentare la sua corsa. Si
udiva solo un leggero scroscio, come una piccola cascata in un ruscello. La
luce si affievoliva impercettibilmente, fin quando non divenne altro che un
bagliore soffuso. Nulla
si vedeva, se non un chiarore argentato che sembrava illuminare ogni punto in
cui il gentiluomo passava per poi spegnersi subito dopo. Tynemouth
aveva perso la percezione del suo corpo, perché nulla lasciava distinguere
l’alto dal basso, la destra dalla sinistra, ed egli non capiva neppure se
davvero stava cadendo, oppure se ogni cosa fosse all’improvviso divenuta
immobile. Passò
il tempo, ma se erano stati istanti oppure secoli, questo non si sarebbe potuto
indovinare. Il
gentiluomo fece uno sforzo per muoversi, si strinse le braccia intorno alle
gambe e nascose il viso contro le ginocchia. Così rannicchiato chiuse gli
occhi, poiché la sua mente non poteva sostenere l’infinito del tempo e dello
spazio, e i suoi sensi lo abbandonarono. ………………………………………………………………………………………………………………………………
L’aria
era fresca, e l’erba brillava per la rugiada del mattino. Lord
Tynemouth socchiuse gli occhi, e rimase immobile: realizzò di essere disteso su
un fianco, e i raggi del sole scaldavano il suo corpo lasciando una gradevole
sensazione. Sentiva
di aver riposato molto a lungo, in un luogo senza suoni né colori, ma ora provava
il desiderio di muoversi. Per
qualche istante non pensò a null’altro, ma subito le tracce di ciò che era stato
rifluirono nella sua memoria, ed egli ebbe un brivido. Fu
solo dopo qualche minuto che riuscì a riordinare i ricordi, e capì allora che
la calma che si era sprigionata quando la croce aveva brillato doveva aver
salvato le vite dei marinai. Era
lui che voleva giungere al di là, e
il mare gli aveva concesso l’onore di attraversare il confine. Tynemouth
ricordò la preghiera pronunciata nella cappella di Winter Manor, e comprese che
era stata proprio l’intercessione dei suoi antenati a proteggerlo fino ad
allora. Comprendeva
solo adesso che la tempesta non era stata una punizione divina: essa aveva
messo alla prova il suo cuore, per vedere quanto lontano egli sarebbe stato
disposto a spingersi per compiere una tacita promessa. Egli
respirò il profumo del prato che gli sfiorava il viso, poi si fece forza sulle
braccia e si sollevò a sedere: ancora una volta si mosse con estrema lentezza,
come se avesse timore di disturbare la quiete di quel luogo incantato. Il
gentiluomo si guardò intorno: era in una radura piena di fiori, e in centro vi
era un albero secolare, che si ergeva splendido e maestoso. In
alto si scorgevano sprazzi di cielo d’un azzurro primaverile, e ogni creatura
era illuminata dolcemente dal sole del mattino. Un
ruscello scorreva placidamente non lontano da lì, lasciando udire il suo gorgoglio,
unico rumore insieme al canto dei molti uccelli nascosti tra i rami. L’uomo
si alzò in piedi e mosse qualche passo, ma si arrestò quasi subito: vi erano
due strade, quale direzione avrebbe dovuto prendere? Ristette
per un momento schermandosi gli occhi con la mano, infine si voltò: era la
direzione verso la quale lui aveva guardato quando si era svegliato. Non
vi era sentiero, ma sapeva che quella
doveva essere la via da seguire. Lord
Tynemouth abbassò lo sguardo e racchiuse la piccola croce d’oro nella sua mano:
essa lo aveva già guidato una volta,
in un altro bosco incantato, ed egli doveva ancora una volta fidarsi di quel
gioiello…e di lei. Rialzò
la testa e si incamminò: uscì dalla radura e si diresse sempre davanti a lui,
senza compiere alcuna deviazione. Il
bosco diveniva più folto, e il sole lacerava il suo manto dorato nel tentativo
di passare attraverso le folte chiome degli alberi. Il
gentiluomo camminava lentamente, ma senza fermarsi: più di una volta gli parve di
udire dei sussurri che aleggiavano intorno a lui, ma con sua sorpresa non provò
alcun timore. Era
come se le creature inanimate di quel luogo si fossero risvegliate da un lungo
sonno al passaggio dell’uomo, e ora commentassero l’arrivo di quell’inatteso
visitatore. Lord
Tynemouth fu colpito più di una volta dall’impressione di aver già camminato
tra quegli alberi, ma sempre aveva scosso il capo: non poteva essere qualcosa
di reale, doveva trattarsi solo di una sensazione. Immerso
in molti pensieri, non si rese conto che il bosco tornava a farsi luminoso, e
fu un grande stupore quando di fronte ai suoi occhi si spalancò la brughiera. Eriche
e felci coprivano la terra fin dove lo sguardo poteva giungere, e verso ovest
un fiume tagliava la campagna, per gettarsi nel mare che si scorgeva in
lontananza. Il
gentiluomo guardò l’immensa distesa fiorita che si stendeva davanti a lui: non
vi era essere vivente che avrebbe potuto indicargli la strada…Ma dopotutto,
qual era la direzione che avrebbe dovuto farsi indicare? Egli stesso non sapeva
dove andare. Lord
Tynemouth fu assalito da una stanchezza improvvisa, tuttavia camminò ancora per
un po’, fino a quando non scorse una grossa roccia ricoperta di muschio. Sedette,
lasciandosi quasi cadere con tutto il suo peso, e si prese la testa tra le mani. Pianse
a lungo: non si curò delle lacrime che gli scorrevano sul viso, non gli
importava del fatto che il capo iniziasse a dolere. Se si fosse addormentato
ancora una volta, una volta soltanto, per non svegliarsi mai più…era questo ciò che
desiderava, poter sfuggire a un’illusione che lo aveva condotto troppo lontano
da casa…
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CASA! Lord
Tynemouth balzò in piedi: nel momento stesso in cui aveva pensato a Winter
Manor, ogni cosa era improvvisamente divenuta chiara, ogni sensazione trovava
una ragion d’essere. Il
masso su cui sedeva, non aveva forse ascoltato il suo pianto silenzioso in un
giorno d’inverno? E
quel bosco, non aveva forse udito la sua corsa concitata in mezzo alla neve? E
quella radura, non era forse la stessa in cui…? Il
gentiluomo scosse la testa, come a voler ordinare il vortice di idee che la sua
mente stava creando: non poteva essere la stessa radura, perché nell’altra non vi era che lo scheletro di un
albero ormai secco! Il
respiro era affannoso, e il suo cuore batteva più forte: l’intuizione che egli
aveva intravisto in fondo al suo cuore andava al di là di ogni logica, ma se
solo fosse stata vera…
Al di là
del mare…mi troverai.
L’eco
di quelle parole ritornò ancora…così era stato…al di là del mare lui era
giunto, aveva sfidato il mare stesso per tornare da lei… No, non solo il mare…egli
aveva sfidato il tempo e lo spazio, e a lui solo era stato concesso questo
privilegio…unico essere umano ad aver attraversato il confine del mondo che era
anche il confine delle età… Egli
era stato lasciato passare, per il suo coraggio, per la sua devozione, per il
suo sacrificio! Laggiù,
in cima a una collina, il sole ormai alto aveva svelato una sagoma bianca: era
una grande dimora, era Winter Manor! Il
gentiluomo sussultò quando si sentì sfiorare il braccio, ma rimase immobile.
Sei venuto.
Queste
parole risuonarono nella sua mente…no, non nella sua mente! Questa volta aveva udito con gli umani sensi! Lord
Tynemouth sorrise, e il suo cuore ora si inondava di un’emozione troppo grande
per essere raccontata. Strinse
tra le dita il mirabile gioiello e si voltò lentamente.
FINE
Questo racconto è stato scritto da me, vi prego di non copiarlo o riportarlo in altre pagine web senza il mio consenso. Grazie.
Questo è un racconto che ho composto io. Vi prego di non copiarlo o di spacciarlo per vostro, rispettate la mia vena creativa. Grazie da Lucy Van Pelt
La Leggenda di Winter Manor Lo ieri dell'uomo non può mai somigliare al suo domani; nulla può durare tranne la mutabilità. Percy Bysshe Shelley
La
nebbia era comparsa, e si era stesa in fretta sulla vallata, coprendo ogni
cosa. L’aria
stessa era pregna di umidità, e ad ogni passo pareva che nulla potesse esistere
oltre quella barriera fredda e densa, eppure così sfuggevole. Regnava una grande quiete, e nulla
disturbava il silenzio che si era creato, come se ogni cosa fosse stata
soffocata da una coltre di ghiaccio. Gli alberi spogli della Foresta
Bianca sembravano piegarsi già sotto il peso di una nevicata che sembrava
prossima, e la luna, che quella notte si mostrava completamente agli occhi dei
mortali, si affacciava ogni tanto tra i brandelli di nuvole scure. L’imponente ombra scura di Winter
Manor si intravedeva appena nella fitta foschia, e le quattro torri sugli
angoli sembravano sentinelle immobili nel buio. La dimora apparteneva da tempo
immemorabile ai signori della Valle del Tempo Smarrito, com’era chiamato quel
luogo quasi ai confini del mondo, e dominava il paesaggio da un’altura vicino
al fiume. L’ultimo discendente dei Tynemouth
sedeva nel vano della finestra di una sontuosa camera da letto del primo piano,
e lasciava che i suoi sensi affogassero lentamente nell’oscurità di fuori: il
gentiluomo fumava un sigaro che riempiva l’aria di un piacevole aroma speziato,
e sembrava non curarsi del tempo che passava. Egli immaginava, senza vederla, la
brughiera che si stendeva oltre la
Foresta, fin dove l’occhio poteva arrivare, e l’immensa
distesa brulla si confondeva nei suoi pensieri confusi con la visione del mare,
infinito e inafferrabile luogo di eterno movimento. Lord Tynemouth aveva trascorso
lungo tempo in mari lontani e inospitali, combattendo contro pericoli di ogni
sorta: aveva affrontato feroci pirati e serpenti marini, si era spinto dove
nessun altro aveva osato, con una nave armata e una ciurma di marinai fedeli e
coraggiosi. Egli era passato attraverso tutto
questo, ma adesso si sentiva oppresso da una strana stanchezza, che gli faceva
apparire anche le più terribili prove affrontate sotto una luce opaca. Si
sentiva soffocato dalla solitudine, uno stato d’animo che neppure le accorate
manifestazioni d’affetto dei suoi marinai erano valse a dissipare. Era stato un triste addio, quando
le vele della nave erano scomparse pian piano sotto l’orizzonte, e Tynemouth vi
aveva ripensato spesso nel solitario viaggio a cavallo attraverso la Valle: tuttavia non aveva
rimpianti per quella separazione, poiché gli sembrava ora che tutte le cose
avessero perso il loro senso. Il gentiluomo ebbe un brivido e si
mosse come una persona che si risveglia di soprassalto da un sogno: lontano,
nella brughiera, la campana di qualche minuscola chiesa aveva suonato dodici
rintocchi, che riecheggiavano lugubri in quell’atmosfera onirica. Tynemouth si mosse piano, il corpo
e la mente in preda a un torpore difficile da rifuggire, e vacillando raggiunse
il letto: vi si lasciò cadere quasi di peso, chiuse gli occhi e sprofondò
immediatamente in un dormiveglia popolato da strane creature evanescenti,
immagini del suo passato e di ciò che avrebbe potuto essere e non era stato. Si sollevò all’improvviso con un
gemito, mentre il suo cuore stesso, battendo sempre più in fretta, sembrava
soffocarlo: aveva dormito un istante, un’ora, un giorno…chi avrebbe potuto
dirlo? La candela che prima ardeva adesso
era completamente consumata, ma la luna non pareva essersi spostata molto nel
cielo nuvoloso, e il suo raggio creava incerti riflessi argentati sulle figure
fantastiche scolpite su un armadio: le fate e gli elfi, semplici creazioni di
un abile artigiano, sembravano prendere vita sotto quella luce bianca e
penetrante. Tynemouth si diresse verso la
porta, e appoggiò una mano sulla maniglia prima di fermarsi: era come se mani
invisibili volessero spingerlo fuori, nel freddo corridoio di pietra, verso una
presenza sconosciuta e terribile. Uscì, quasi si scagliò fuori dalla
stanza, come se l’aria di quel luogo fosse per lui troppo opprimente, e attraversò
di corsa i corridoi e le scale fino all’entrata della torre: salì in fretta,
senza curarsi del pericolo costituito dagli scalini troppo stretti e umidi, e
giunse in cima. Non era mai stato lassù, eppure
quel luogo gli appariva stranamente familiare: vi erano cavalletti da pittore
con quadri ricoperti da teli bianchi, alcuni libri antichi ammucchiati uno
sopra l’altro e un’enorme testa scolpita nella pietra e abbandonata sul
pavimento. Il gentiluomo si mosse attraverso
quei frammenti di memoria, consapevole di disturbare una quiete che durava da
anni, forse secoli. Le ragnatele e la polvere stessa sembravano appartenere al
passato. L’aria era ghiacciata, poiché il
vetro di una delle due finestre era frantumato, e la nebbia sembrava essere
strisciata anche lì. Appoggiò una mano sulla piccola
balaustra, sentendo qualche granello di pietra cedere sotto la sua pressione e
cadere nel vuoto, e fissò ancora una volta lo sguardo nel mondo di fuori, che
dall’alto appariva ancora più spaventoso: se quello spazio informe l’avesse
inghiottito, era certo che non avrebbe trovato mai più la via del ritorno. Era come se fosse sull’orlo di un
abisso di cui non si poteva raggiungere il fondo, e si costrinse ad allontanarsi
dalla finestra, indietreggiando in quello che doveva essere stato l’atelier di
un artista. Tynemouth chiuse gli occhi
riflettendo sulle emozioni contrastanti che avevano scosso il suo animo nel più
profondo: sembrava che qualcosa di straordinario stesse accadendo, eppure
quella casa non aveva mai avuto segreti per lui, che vi aveva trascorso i primi
anni della sua infanzia…o forse allora non poteva capire… Ad un tratto il gentiluomo si rese
conto di non essere solo: una presenza si era come formata in quella stanza, e lui
poteva “sentirla”. Si volse lentamente,
sorprendendosi di non provare nulla di simile alla paura, e la vide. Una donna vestita di un abito
bianco stava in piedi sulla soglia della stanza: i suoi lunghi capelli corvini
ondeggiavano lievemente scossi da un’invisibile brezza, e il suo sorriso era
colmo di malinconia. L’uomo rimase immobile: temeva che
anche un impercettibile movimento avrebbe fatto svanire quella figura, e lui
non voleva perderla: gli pareva che tutte le meraviglie che aveva visto nei
suoi viaggi perdessero di significato al confronto con LEI. Non vi era logica umana che
avrebbe potuto spiegare quell’incontro, dove ogni cosa sembrava fluttuare:
l’atelier stesso appariva come un’isola che si era divisa dal resto della dimora,
e ora galleggiava in un luogo fuori dal tempo e dello spazio. Fu un rintocco di campana che
spezzò l’incanto: il suono produsse un’eco quasi assordante nel silenzio, ma
Tynemouth, come spinto da una forza sovrannaturale, si gettò verso di lei, che
per una attimo gli tese la mano destra, una mano bianca come l’avorio. Fu come toccare una nebbia densa e
umida, e poi cadere in un baratro senza fondo, mentre la figura si dissolveva,
come se non fosse mai esistita.
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